La stagione del Grand Tour ha visto anche l'affermazione definitiva di una nuova forma artistica: il vedutismo paesaggistico.
Finalmente affrancato dalla visione idealizzata immortalata nella grande stagione pittorica rinascimentale, il paesaggio di luoghi
lontani e gravido di suggestioni arcaiche divenne un genere a sé stante.
Fu così che poté divenire un importante complemento, se non il fine ultimo, del Grand Tour, come accadde per la più classica di questa
espressione formale, quella incarnata da Jean Baptiste Claude Richard, meglio noto come l'abate di Saint Non, al cui viaggio, ed alla cui
opera abbiamo dedicato uno speciale pannello.
Il fine di ritrarre il paesaggio, umano e naturale, attraversato nel corso del Grand Tour trova difformi espressioni nella letteratura che
ne è derivata. Se taluni ingaggiavano professionisti del genere (come fu il caso di Ducros con i viaggiatori olandesi) , in altre circostanze
era lo stesso viaggiatore (come lo Swinburne) a cimentarsi nella rappresentazione grafica dei luoghi, lungi quindi da velleità artistiche.
A lungo le opere dei vedutisti al seguito dei viaggiatori hanno rappresentato le uniche testimonianze iconografiche del paesaggio tarantino.
Solo alla fine del Settecento, quando Re Ferdinando IV incaricò (fra il 1789 ed il 1794) il pittore Philip Hackert di dipingere i porti del
Regno, risale il primo importante contributo autologo. Nel corso dell'Ottocento compaiono i primi testi di geografia (atlanti corografici)
destinati agli studenti o ai viaggiatori (ma molti sono ormai semplici turisti) e con essi una nuova generazione di artisti nonché nuove tecniche