PAROLE CHIAVE: immagini, rural landscape history, storia del paesaggio agrario, Taranto, Puglia, Italia meridionale, associazione culturale, gravine, mostre fotografiche, masserie, Civiltà Rupestre

TERRA DELLE GRAVINE
Associazione culturale per la promozione del territorio

I 150 ANNI DELL'UNITA' NELLA
TERRA DELLE GRAVINE

L'associazione culturale TERRA DELLE GRAVINE intende con questa iniziativa partecipare alla rievocazione dei 150 anni di Unità politica dell'Italia

Le iniziative messe in cantiere comprendono:

150 ANNI DI AMBIGUE IDENTITA'

NOSTALGIA, NOSTALGIA

Del mio maestro di scuola elementare conservo principalmente tre ricordi. Sopra di tutto l'orgoglio con cui ci iniziava a quelli che ai suoi già anziani occhi apparivano come i momenti di maggiore fulgore della nostra storia nazionale: l'Età dei Comuni, il Risorgimento e la Resistenza.

In ciò dicendo il mio compianto maestro tradiva certamente radici culturali affondate in una persistente temperie ottocentesca, tutta intrisa di Libro Cuore e finalizzata all'indottrinamento patriottico. Si faceva tuttavia sinceramente promotore, se non assertore, di quella missione di cui dalla società si sentiva investito: costruire la fede nella italianità, delineare un'area di sacralità ideale sulla ed intorno alla quale edificare un senso condiviso di appartenenza, una religione civile in grado, nella celebrazione di una comunità di destini, di contemperare la convivenza fra le diverse anime maturate dagli Italiani in millenni di divisioni regionali.

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Francesco Hayez: Riflessioni sulla Storia d'Italia

LA VERITA' E' CHE NON CI PIACE … QUESTA STORIA

Non avrebbe mai creduto, il povero maestro, che neanche mezzo secolo dopo la sacralità di quei luoghi sarebbe stata profanata, la sua titanica opera di evangelizzazione civile irrisa da inedite istanze politico-culturali, che proprio rimestando nella Storia cerca di ripescare dal suo fondo coaguli di eventi utili a scardinare quella costruzione che aveva così faticosamente cercato di edificare.

La conclusione cui giungono i revisionisti della Storia è una Verità affatto diversa da quella contenuta sui nostri sussidiari: i nostri cari libri di scuola, affermano, ci hanno mentito e continuano a mentire, ingannandoci e generando illusioni.

Per primi gli ideologi dell'autonomismo del Nord si sono impossessati dell'epopea comunale, rileggendola non più come ribellione di Italiani contro l'imperatore germanico, ma piuttosto come prototipo di lotta intrapresa da popoli liberi avverso uno stato centralista e totalizzante.

Poi c'è stato il ritorno della Destra sulla scena politica nazionale, e con essa si è inaugurato un inatteso spazio mediatico e culturale che ha consentito la dis-sacrazione della Resistenza, adombrando il suo significato di rinascita civile di una nazione offesa dal fascismo ed evidenziandone invece il lato oscuro: i dissidi ideologici interni, gli strascichi di violenze e vendette, le ricadute negative sulla popolazione civile.

La stagione del Revisionismo è proseguita poi, giungendo infine ad infrangere anche quello che appariva come ormai l'ultimo baluardo della nostra fede civile, a violare il sancta sanctorum del Tempio Italia. Il Risorgimento non è più la riscoperta di una grande patria, di una nazione che dopo secoli di divisioni e di umiliazioni politiche rialza il capo ed anela ad assurgere a dignità di Stato, la presa di coscienza di un popolo, di una comune identità. Annichilito l'anelito patriottico di quanti hanno dedicato la propria vita, sacrificandola talvolta, per costruire un'Italia che fosse una, dalle Alpi a Capo Passero.

L'attacco a questo sino a poco fa inviolato fortino identitario, è giunto concertato, per una volta, in maniera bipartisan, sia in senso politico che geografico.

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Non mi sono interessato alle basi "culturali" della critica radicale mossa dagli autonomisti del Nord al nostro Risorgimento, mi sono invece sforzato di analizzare le varie ragioni ed espressioni del Revisionismo meridionalista, individuandovi almeno tre diverse correnti di pensiero, variamente convergenti su taluni punti.

I legittimisti filo- e neo-borbonici criticano la legittimità stessa del processo che ha condotto all'entrata del Regno delle Due Sicilie all'interno del Regno d'Italia. Sia essi sia gli altri "autonomisti" non filoborbonici in senso lato (forse la schiera più nutrita dei revisionisti dalla prospettiva del Sud) evidenziano una Verità storica per cui il nostro Mezzogiorno era alla vigilia dell'Unità uno Stato opulento, dotato di abbondanti produzioni agricole, finanziariamente prospero e tecnologicamente avanzato in diversi settori industriali (vantava il primato della linea ferroviaria Napoli-Portici, una cantieristica navale attivissima, una siderurgia all'avanguardia, una industria tessile dalle produzioni pregiatissime). Al contrario, affermano, l'Unità ha azzerato tutti i progressi sino ad allora raggiunti, riallocato le ricchezze ivi giacenti per finanziare lo sviluppo del Nord, condannato così il Mezzogiorno in una condizione di periferia, creato le condizioni di una sino ad allora inesistente miseria e per l'esplosione di un sanguinoso conflitto civile che vide l'esercito "piemontese" protagonista di eccidi e di vere e proprie pulizie etniche. Il brigantaggio fu l'orgogliosa risposta di una popolo che si vide oppresso dai nuovi padroni.

Una terza frangia di revisionisti si concentra soprattutto sul fenomeno del brigantaggio nel suo complesso e sulla emblematica figura dei briganti, un nuovo pantheon corredato di relativa mitologia, modelli ideali di una nazione e di un popolo che combatté sino allo spasimo per salvaguardare la propria identità. Colorato di venature vagamente anarcoidi, i propugnatori di questa tesi non lanciano proclami legittimisti, sono scevri da analisi socio-economiche e si mostrano sostanzialmente indifferente alla polemica pro- e anti-unitaria.

Una terza frangia di revisionisti si concentra soprattutto sul fenomeno del brigantaggio nel suo complesso e sulla emblematica figura dei briganti, un nuovo pantheon corredato di relativa mitologia, modelli ideali di una nazione e di un popolo che combatté sino allo spasimo per salvaguardare la propria identità. Colorato di venature vagamente anarcoidi, i propugnatori di questa tesi non lanciano proclami legittimisti, sono scevri da analisi socio-economiche e si mostrano sostanzialmente indifferente alla polemica pro- e anti-unitaria.

La nuova Verità emergente da questo così ribollente crogiolo di insopite recriminazioni ha quasi temprato una nuova orgogliosa meridionalità, che, nobilitata da quella così appassionata ed eroica risposta a tante iniquità patite, può trovare la forza di finalmente svincolarsi da un atavico senso di inferiorità e di non provare anzi più ritrosia alcuna verso epiteti considerati una volta infamanti. E' questo il curioso destino dell'appellativo di "cafone", del quale patentemente si fregiano taluni intellettuali che si propongono come opinion-maker "di area" e che viene riproposto anche in un fortunato libello che circola in questi mesi.

La Verità, quindi, finalmente. Imposta, negata, riconquistata. C'è da dire tuttavia che, una volta strappato questo ingannevole velo di Maia, ci si sarebbe attesi l'edificazione di una nuova educazione civica, inaugurare una cittadinanza innovativa, volta al bene comune. Ho invece l'impressione che la critica revisionista non intenda, non sia interessata o non abbia gli strumenti intellettuali, per fare ciò. La preoccupazione principe pare piuttosto quella di assicurare agli eredi dei dannificati (cioè noi) un incontrovertibile credito da esigere presso la banca della Storia, in grado (più o meno consapevolmente) di controbilanciare e di zittire le simmetriche critiche mosse al Risorgimento ed all'Unità dagli autonomisti del Nord, i quali per converso fanno ricadere sul Mezzogiorno la maggior parte dei mali italiani. Col rischio, stando al linguaggio ed agli strumenti dialettici adoperati dai nuovi opinion laeder (ed amplificati ulteriormente dai rispettivi sostenitori), di rendere sempre più incolmabile le distanze fra diversi, di fare di questa diatriba storica una sin troppo moderna metafora dell'odio per il diverso.

In questo pullulare di storiografie e di storiografi più o meno improvvisati, la Storia è divenuta una tragica sineddoche che sublima all'interno di un principio totalitario (la Verità storica) solo una (quella naturalmente più utile a giustificare le proprie rivendicazioni!) delle invece molteplici e complesse parti (il Risorgimento, le insorgenze, il brigantaggio, il dramma delle popolazioni, la difficile transizione) che concorrono alla determinazione di un processo storico epocale (l'Unificazione politica dell'Italia). Siamo ben oltre quindi i tempi in cui la Storia era pure una branca della retorica e della filosofia, in quanto tale adoperata per educare alla vita sociale; viene utilizzata, ed anzi agitata, come uno strumento (direi randello) per brandire sonore rivendicazioni, avanzare, pretendere, zittire l'avversario; annichilita la modestia operosa degli studiosi più avveduti, che, esautorate le ideologie che si presumevano "scientificamente corrette", disvelata la pericolosità di una Verità applicata ad un magma quale è la conoscenza storica, riconducono quest'ultima in un più modesto e faticoso esame di eventi e di fonti, nel tentativo (derivante quindi dalla soggettività dell'autore-storico) di iscriverli all'interno di processi coerenti.

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Francesco Hayez: Ritratto di Camillo Benso, conte di Cavour

UNA, NESSUNA … O CENTOMILA PATRIE?

Se tuttavia, dopo aver tanto a lungo dissertato, ad una seppur modesta verità (sic!) dobbiamo arrenderci, è semmai nelle braccia dell'irrisolta ambiguità identitaria fra sentimento di Italicità (di abitare cioè all'interno dello spazio fisico Penisola Italia) e di Italianità (cioè cittadini dell'Italia politica), un robusto diaframma semantico nel cui interstizio ha avuto modo di incunearsi la marea montante del revisionismo antirisorgimentale.

La questione se siamo sopra di tutto Italiani, o prima di tutto tarantini, pugliesi, meridionali o altro, pare infatti essere consustanziale all'antropologia dell'italiano e si ripropone da sempre nella processione della Storia nazionale, rinvigorendo dispute che tradiscono l'irrisolutezza delle proprie ragioni di fondo, onde, come tizzoni ardenti di memoria ancestrale solo assopite sotto le ceneri della Storia, rinvigoriscono col calore e l'ardore di una passione perenne ad ogni rimestio indotto da eventi destabilizzanti.

Ed in quella che è stata la culla del diritto era quasi naturale che maturasse subito il tentativo di dare una risposta ad una così vissuta ambivalenza. Ed avvenne per via dell'acuto ingegno di Cicerone, un "provinciale" che identificò il proprio col destino di Roma. In un brano delle sue Leggi il suo interlocutore, di origini greche, gli chiedeva di sbrogliare un nodo concettuale per il quale non possedeva gli strumenti dialettici adeguati; reputandolo, infatti, un campione della romanità, gli chiedeva: "Ma come? Considerate Arpino la patria vostra?"; per nulla scomposto, il maestro gli replicava " Per Ercole! Noi provenienti dai municipi abbiamo due patrie: una conferitaci dalla natura, l'altra dal diritto di cittadinanza!" Pur non rinnegando quella, era tuttavia a questa che, nella prospettiva dell'arpinate, soprattutto si deve tributare amore e dedizione, giungendo sinanche al sacrificio supremo (ciò che in effetti egli fece), in quanto è grazie ad essa che il nome dello Stato, e la elevata promessa di senso che vi è insita, divengono patrimonio comune di tutti i cittadini.

Si era da pochi decenni conclusa la guerra sociale, causa di una lunga sequela di distruzioni per tutta l'Italia centro-meridionale, promossa dalle comunità italiche rivendicanti il riconoscimento dei diritti derivanti dalla cittadinanza romana, dopo che da tempo ne portavano il peso dei rispettivi doveri. Essa rappresentò il primo atto mediante il quale le diverse anime incubate nel seno dell'alma mater italica maturarono la necessità di definire una diversa appartenenza civile, più idonea a governare la realtà che il cammino della Storia, con i nuovi orizzonti geografici, culturali e socio-economici inaugurati dalla unificazione del mondo conosciuto sotto un unico vessillo politico, poneva loro dinnanzi. Ciò non significava affatto rinnegare il tempio identitario, che restava saldamente radicato dentro il cuore dei nuovi Romani-Italiani. Un senso di condivisione del particolare addentro il generale che stava per inaugurare una nuova antropologia, tanto mirabile nella sua complessità, da rendere così naturale a San Paolo esprimere questa come un melange di genetica giudea, intellettualità greca e cittadinanza romana.

Seguirono il particolarismo feudale del Medioevo e le monarchie assolute moderne che assorbirono nella figura del Re l'essenza della Statualità (ricordate Luigi XIV ed il suo lo Stato sono io?). La patria era tornata a risiedere nella natalità (la matria di Edgar Morin). Ricompare per la prima volta in Italia con un significato sovraregionale a seguito della diffusione delle idee illuministiche e delle campagne napoleoniche. Patrioti si chiamavano infatti i protagonisti della Rivoluzione napoletana del 1799, dopo che, fuggito vigliaccamente il Re, essi vollero conservare la loro Patria (il Regno di Napoli), crearono un vessillo tricolore (rosso, giallo e turchino) che sostituì l'emblema di casa Borbone e si assunsero la grave responsabilità di rappresentarla in quel drammatico frangente, onde fu proprio per questa detronizzazione che pagarono con la propria vita. Non pensavano naturalmente all'Italia, i giacobini, non erano ancora maturi i tempi, ma era il primo sbocciare di un frutto che il regime di negazione di Dio in terra imposto dai retrivi regnanti borbonici al loro ritorno aiutò a far maturare.

La crisi dell'ideale, tutto romantico, di un popolo-una nazione-uno stato, costituisce per la verità un riscontro comune nelle moderne società occidentali. Non è un caso che nelle recenti survey i valori più elevati di patriottismo (l'insieme cioè di identità, orgoglio ed etica della dedizione) permangono elevati solo in compagini statali relativamente giovani, che paiono esaltarsi piuttosto per i valori etici contenuti nelle rispettive costituzioni (si veda il caso degli USA, del Canada e del Sud Africa), mentre fra gli stati-nazione la patria "regionale" (la matria) riguadagna empatia nei confronti dalla patria-istituzionale. Esemplare lo scarso senso patriottico percepito proprio laddove (come la Germania) la totale identificazione aveva in passato generato immani sciagure.

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IL SENSO CONDIVISO DI QUESTI 150 ANNI

Questa nostra iniziativa non intende entrare nella polemica pro ed antiunitaria: condivisibili sono peraltro molti dei contenuti espressi dai revisionisti, non certamente le finalità al cui servizio sono messi, essendo solo parte di un processo ben più ampio, di portata epocale; la confutazione richiederebbe comunque una puntuale revisione della revisione ed un adeguato contraddittorio, ma non è ciò che desideriamo. Più ancora che perderci in un inconcludente infundibolo intellettuale, o ancora inneggiare (col rischio di "vaneggiare" … ) alla preminenza "indiscussa" del valore dell'Unità sugli elementi di divisione introdotti dai revisionisti, con questa nostra iniziativa proporremo una letteratura che esalti valori che restano condivisi, da qualsivoglia prospettiva provenga il giudizio sugli eventi. Per proseguire insieme, come tanti flutti che, ora placidamente, ora con tragitti più o meno convulsi, corrono co-stretti all'interno di uno stesso alveo, lo sguardo volto allo stesso verso. Chissà, sarà forse possibile, una volta trascorsa la bagarre celebrativa, continuare e ritenere necessaria una "struttura di connessione" fra le diverse anime di noi Italici-Italiani, che è, soprattutto, parafrasando il compianto Gregory Bateson, un atto di ecologia sociale: non per sentirci parte di una impenetrabile falange arruolata per meglio infrangere e travolgere gli "altri", ma per meglio comprendere la complessità e le complicazioni di una società che ospita anime sempre più diversificate, spesso contrastanti e talvolta confliggenti, oltre che essere è in perenne e sempre più veloce trasformazione.

Parleremo pertanto di storie di uomini e di donne che si sono scelti destini contrapposti: gli uni obbedienti ad una chiamata ideale cui non seppero negarsi, gli altri ad essa invece in tutto estranei, indotti da animo riarso da fiamme di rabbia, disperazione e delusione a gridare a più non posso la propria voglia di ribellione. Quella grande tragedia fu vissuta da un popolo che, inerme spettatore, dal proscenio di questi protagonismi si è visto riversare indosso quel che della Storia è troppo spesso l'essenza più reale: il sangue versato, la carne martoriata, le umiliazioni, le privazioni, le distruzioni, la violenza gratuita.

La negazione del sé per la realizzazione di un'opportunità che si ritiene aspirazione naturale di ogni persona e la compassione per il dolore: questi sono i sentimenti che andremo a ricordare, intorno ai quali non dovrebbero sorgere divisioni e distinzioni di sorta.

L' ORGOGLIO, PURCHESSIA, NON BASTA

Spero con queste note di avere ricompreso tutte le anime del pamphlet anti-risorgimentale. Ho cercato, temo con scarsa efficacia, di distinguere le opinioni dal dovere di informare con la necessaria obiettività, ma, per la complessione nostalgica e melanconica che mi attribuisco, non riesco a non ammettere di desiderare di continuare a pendere dalle labbra e dalla indubitabile buona fede del mio maestro. Non riesco inoltre a sostenere la nobilitazione di questo nuovo "orgoglio cafone" e ad innalzare a modello eroico il prototipo del brigante-giustiziere-rivoluzionario (inesistente nella realtà documentale). Da figlio di operaio, di molto probabili origini contadine, contadino a mia volta a tempo perso, estatico contemplatore dell'odore di terra bagnata, mi sento, senza tema di intellettualismo, in grado di poter avanzare modelli ideali alternativi, che siano sia rappresentativi della mia natura di meridionale ed in grado al tempo stesso di esaltarne, in positivo, il mio incontestabile orgoglio.

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Ritratto di Eleonora Pimentel Fonseca, martire della Repubblica napoletana del 1799

Tutta la stagione del brigantaggio postunitario costituisce uno spaccato della nostra complessa antropologia meridionale, che ben ne riassume l'incapacità di andare oltre il ribellismo sterile, attitudine che ne ha periodicamente segnato le vicende, elevando ad eroi personaggi sinistri come Masaniello, gli effetti delle cui azioni si sono dimostrate costantemente controintuitive rispetto alle stesse, pur legittime, motivazioni: le violenze commesse dai briganti (quelle perpetrate dall'esercito fu troppo facile occultarle e sottacerle) rappresentarono infatti un potentissima arma ideologica messa in mano a quanti cercavano, nella completa assenza di una classe politica meridionale in grado di onorare il mandato di rappresentanza ricevuto, giustificazioni ai propri pregiudizi razziali. E ciò ha costituito un retaggio che ancora ci trasciniamo dietro, e che l'emergente orgoglio "cafone", infiorettato da un linguaggio espressivo troppo spesso violento e persino bellicoso, non aiuta di certo ad alleviare.

Se di alloro dovessi comunque coronare qualcuno di cui, fra il popolo nato al di qua del fiume Liri, mi sento parte, porrei la mia corona sul naturalismo di Telesio, primo propugnatore del metodo scientifico, l'utopismo comunista di Campanella, il razionalismo di Giambattista Vico e la straordinaria stagione dell'Illuminismo napoletano, culla ideale dalla quale s'udirono i primi vagiti del sogno d'una Rivoluzione che forse avrebbe mutato il corso della storia del nostro Mezzogiorno. Non fosse stato affogato da quelle medesime forze che in tanti oggi osannano come vessillifere del più genuino spirito meridionale e materia prima per forgiarne l'orgoglio.

E dico ciò non certo per declamare una presunta superiorità di noi meridionali o per snobismo intellettuale, ma solo perché è grazie alle idee apportate da questi pensatori, spesso causa delle loro sfortune terrene, che oggi non siamo più sudditi, ma cittadini, per il contributo fornito alla costruzione del nostro presente materiale, che è, è bene precisare, il contesto (economico e sociale) migliore in cui alla nostra società sia mai capitato di vivere.

Al di là comunque delle posizioni ideologiche, l'antidoto più efficace contro il veleno che offusca la ragione dei piemontesi di ieri e di oggi (e fra questi annovero anche i nostri atteggiamenti mentali avverso i meridionali di turno, gli immigrati), contro i pregiudizi è nell'operare per il bene della nostra patria-matria, sia che onoriamo di tale titolo la città, sia la regione, sia lo Stato di cui ci sentiamo parte vitale ed anzi essenziale. Poter vantare a motivo del proprio orgoglio di meridionale ora la più luminosa intellettualità, ora l'eroica ribellione contro l'ingiustizia, non costituisce infatti alibi alcuno per esimersi dal tenere una condotta di civiltà in rima con l'amore che affermiamo di provare per la nostra patria-matria: mai credito depositato presso banca della Storia varrà a giustificare e bilanciare il sin troppo evidente gap di civiltà che esiste fra molte della nostre città e quelle del Nord, vuoto colmato da assordati strade sporche, caos urbano, inefficienza del sistema nel suo complesso.

P:S: Ah, dimenticavo. Il secondo ricordo del mio maestro riguarda le storie che raccontava sui tanti luoghi da lui visitati nel corso della sua rocambolesca vita. In particolare mi ricordo di un luogo (il Canada, se non erro) dove affermava le mele erano grandi quanto la testa di un bambino. A lungo mi sognai di questo paese fantastico, le cui campagne erano disseminate da alberi dai quali pendevano tante teste di bambini.

L'ultimo invece … i poderosi schiaffi inferti con ambedue la mani, sulle nostre guance. Ahi che dolore! Con la prospettiva di ricevere, una volta giunti a casa … il resto.