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FIUMI E PALUDI

PAROLE CHIAVE: immagini, rural landscape history, storia paesaggio agrario, dolmen, Magna Grecia, Medioevo, flora, vegetazione, feudalesimo, demani, paludi, saline, fiumi, caccia, fiumi, zone umide, Taranto, Puglia, Italia Meridionale, masserie, edilizia rurale, opere pubbliche.

Natura e origine della idrografia superficiale

La convergenza di fattori geografici (la modesta altimetria), meteorologici (la scarsità, la stagionalità e la irregolarità delle piogge) e geologici (la natura carsica) convergono insieme a determinare lo scarso sviluppo della idrografia superficiale del territorio tarantino.

La medesima natura carsica è altresì all'origine della ricca idrografia sotterranea, sia superficiale che profonda.

Per un gioco di pressioni e di sovrapposizione di strati a diversa permeabilità la falda acquifera diventa superficiale in corrispondenza della linea litorale, ove emerge per l'effetto erosivo delle acque superficiali in risorgive carsiche, ora sottomarine (i citri del Mar Piccolo) ora dando vita a veri corsi d'acqua come il Lato, il Lenne, il Patemisco, il Tara, il Galeso, il Cervaro, il Borraco, il Chidro ed i molti rigagnoli che bagnano (molte però di queste sono state interrate o si sono attualmente prosciugate) le forre dislocate lungo il litorale ad Est della città. Si tratta in ogni caso di corsi d'acqua, perenni ma con portata variabile, che dopo un breve percorso (da pochi chilometri a poche decine di metri) si versano in mare.

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Le risorgive dotate di maggiore portata sono quelle del Lenne (in alto) e, soprattutto, del Lato, che attraversano la pineta litoranea occidentale in uno scenario molto accattivante ed affatto singolare per la regione pugliese

L'unico territorio interno in cui si assiste alla emergenza di risorgive è lungo il canale di Cigliano, con le risorgive della Chianca, di Cigliano.

Sempre lungo le aree litoranee e paralitoranee la presenza di una falda freatica molto superficiale, poggiante su uno strato di argille impermeabili, è responsabile del fenomeno del loro diffuso impaludamento stagionale, associato molto spesso a quello originato dalle risorgive, che sino alla fine del secolo XIX ne dominava il paesaggio.

La forte insolazione conferiva ad alcune di queste aree le caratteristiche delle saline.

L'estensione del fenomeno dell'impaludamento è naturalmente funzione dell'evoluzione generale geologica e del clima, ma in epoca storica un contributo non trascurabile è stato dato anche dall'intervento umano. Una contrazione delle paludi naturali è quindi verisimile si sia verificato con lo sviluppo dell'agricoltura intensiva, come durante l'età greca ed il basso Medio Evo, mentre al contrario un ulteriore ampliamento è probabile si sia verificato quando all'impaludamento di ritorno si sono aggiunte le terre secondariamente impaludate per l'effetto dell'abbandono di terre non più coltivate ma ormai private del manto protettivo naturale, verisimilmente coincidente con l'Età romana, l'alto Medio Evo e parte dell'Età Moderna.

Le paludi nella storia della cultura

Il rapporto fra l’Uomo e quelle che attualmente chiamiamo aree umide (fiumi e paludi) è stato tramandato nel corso del tempo secondo modelli culturali molto difformi.

Per molto tempo esso è stato caratterizzato positivamente, come mirabile esempio di equilibrata capacità, da parte dell’uomo, di fruire degli interessi prodotti dallo stock ambientale.

I rapporti fra comunità umane ed ambiente, comprese le modalità di accesso alle sue risorse, erano regolate da consuetudini locali. L'esercizio di questi diritti d'uso (gli usi civici) ha per lungo tempo costituito un complemento, essenziale, per la funzionalità e la sopravvivenza della piccola proprietà contadina.

L'esercizio di questi ha per lungo tempo costituito un complemento, essenziale, per la funzionalità e la sopravvivenza della piccola proprietà contadina. La percezione di chi viveva quotidianamente nel territorio era pertanto informata di sentimenti di positivo pragmatismo nei confronti delle acque.

La società preindustriale sviluppava un modello economico che era certamente arretrato, ma mirabilmente adattato e pure funzionale rispetto ad un ambiente degradato, sia in senso ecologico che sociale.

Uno dei più interessanti utilizzi delle acque interne consisteva nella creazione delle gualchiere, luoghi cioè dove avveniva il lavaggio ed il successivo trattamento (in gergo si battevano, onde la denominazione di Battendieri data a questi luoghi) dei panni destinati alla fabbricazione dei sai per i frati dei conventi. Diverse di tali strutture agivano nel Tarantino: da sinistra: il battendiere di Fontana Calzo (Palagiano), del Rasca (ambedue degli Osservanti di Sant'Antonio) e del Cervaro (dei Cappuccini), nel territorio di Taranto
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In questa visione la stessa malaria, conseguenza diretta dei disturbati equilibri territoriali, oltre che evento naturale, era vissuta come uno dei tanti mali gravanti sulla società , indissociabile dal resto degli atavici problemi che si vivevano quotidianamente nelle campagne.

Ben diversa era invece la visione degli intellettuali, che sin dall'antichità intravidero nelle aree marginali il limite della capacità umana di controllare il Mondo, e vi posero il confine ideale della Civiltà, rifiutando di conferirgli valenze positive.

Solo nel corso dei lunghi dibattiti intrapresi dalla colta intellighenzia napoletana del '700 si intravide un mutamento culturale importante, e si affacciò per la prima volta l'idea dibonifica, che divenne ben presto (troppo ottimisticamente e semplicisticamente) come il grimaldello capace di innescare il riscatto economico e sociale di tante plaghe emarginate del Mezzogiorno.

Con i Borboni tale impostazione si tradusse finalmente in compiutezza politica e di intenti, rimaste in seguito (anche ad Unità avvenuta) a lungo insuperate. Andò purtroppo a scontrarsi con la cronica scarsezza di investimenti ed una realtà sociale culturamente ingessata da secoli, incapace di intravedere gli aspetti positivi di quella politica.

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Un'unica eccezione alla sostanziale indifferenza della classe degli agrari nei confronti dell'attività di bonifica fu il conte Lanzilao, il quale mise in atto, negli anni '60 dell'Ottocento, un primo tentativo di bonifica di quelle che poi sarebbero state denominate Paludi del Conte (fra Avetrana e Manduria). Si dimostrò tuttavia iniziativa inadeguata, frustrata dall'immane investimento richiesto.

Non nascosero infatti la loro aperta ostilità verso questa specie di ingerenza i grandi proprietari terrieri, che continuavano a scommettere nell'agricoltura estensiva del latifondo, anche se ormai ampiamente sconfitta dalla storia, intravedendo al contrario nelle ristrutturazione fondiaria che ad essa vrebbe necessariamente fatto seguito una generale ridiscussione dei secolari rapporti di forza vigenti nelle campagne.

La legislazione postunitaria (la legge sui lavori pubblici del 20 marzo 1865), sordamente imbastita in una concezione padanista della bonifica, intesa come miglioramento agrario d’interesse privato, da affidare alla libera iniziativa dei proprietari, perse gran parte dello slancio che l’aveva preceduta.

Ben diversa era infatti la situazione del Nord, ove la bonifica si configurava come semplice opera di prosciugamento di bacini che avevano rapporti ben definiti con la idrografia di superficie, in un contesto per di più -la Pianura Padana- che nel corso dei secoli aveva costituito la sede elettiva della vita civile, e che intratteneva già rapporti produttivi intensivi con le acque (sede di risaie e di marcite). In tali circostanze la bonifica era vista come un modo di veder accresciuta la redditività della terra.

Nel Mezzogiorno, invece, la bonifica doveva intervenire su una idrografia irregolare, che ai pantani autunno-invernali vedeva seguire per la siccità estiva terreni aridi, spesso salmastri. Le pianure del Sud inoltre dovevano essere letteralmente conquistate alle condizioni elementari di una presenza umana, restituite con prosciugamenti, strade, abitazioni, ed opere di civiltà a popolazioni che da secoli per vari motivi ne erano state bandite.

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In alto: Una delle poche aree umide sopravvissute alla stagione delle bonifiche, il Canale Ostone (Lizzano) resta depositario di tante (spesso drammatiche) memorie appartenenti alle popolazioni locali. In basso: Le monumentali opere di bonifica della Salina Grande, presso Taranto, risalenti ad età borbonica

Solo verso la fine dell'800 (legge del 25 giugno 1882) lo Stato unitario recuperò un ruolo attivo, sospinto in primis dall'intento di migliorare igienicamente il territorio, ma anche dalla necessità di offrire occasioni di lavoro ad una popolazione agricola sempre più turbolenta. Un ruolo globale di riforma del territorio ispirata dallo Stato viene riacquisito dalla politica di bonifica nella legislazione fascista, con la cosiddetta Legge Mussolini e della bonifica integrale (13/2/1933).

Un ultimo contributo a questo sofferto capitolo dei rapporti fra Uomo e Natura è fornito, ma in direzione affatto diversa, dalla nuova cultura ecologica, sorretta dalla necessità di intessere una nuova rete di rapporti che superi la dicotomia Natura-Storia.

Oggi i due termini sembrano cercare nuovi equilibri, nuove relazioni, nuove possibilità di interscambio. Si è voluto partire da zero, introducendo il termine di aree umide, semanticamente connesso con l'importantissimo ruolo svolto da questi ambienti nei generali equilibri territoriali; si parla di iniziative di tutela, di rinaturalizzazione di ambienti bonificati e persino della possibilità di innescare uno nuovo sviluppo del territorio legato proprio alla loro preservazione.

L'iniziativa più importante in tal senso è stata la legge regionale 19 del 24 luglio 1997, che regolava l'istituzione e la gestione delle aree naturali della regione Puglia: Essa individuava fra le aree da porre sotto tutela tutte le residue aree umide (Lago Salinella-Ginosa, Palude La Vela-Taranto, Dune di Campomarino e torrente Borraco, Foce del Chidro, Salina e duna di Torre Colimena, Palude del Conte e duna costiera); ad essa faceva seguito l'istituzione (L.R.n.24 del 23.12.2002 )della riserva naturale del Litorale Tarantino Orientale (Foce del Chidro, saline e dune di Torre Colimena, palude del Conte e duna costiera, boschi Cuturi e Rosamarina) e successivamente della Palude La Vela (L.R. n.15 del 1.05.2006 )

Fiumi, paludi e uomini

Nel corso di tutta l'intera civiltà preindustriale ristagni e corsi d'acqua hanno costituito da sempre un costante riferimento nella vita quotidiana della popolazione rurale.

Da essi l'Uomo ricavava energia per muovere i mulini (attestati nel corso del Medioevo sui fiumi Cervaro, Tara e Chidro), alimenti (con le attività di pesca e di caccia) e materiali (canne e giunchi) utilizzati per i più svariati usi (edilizia e artigianato). Erano inoltre sede di attività, come il lavaggio della lana e la macerazione del lino, preparatorie per la proto-industria tessile.

Nella prolungata latitanza della autorità pubblica, molte di queste terre andarono incontro, molto prima che prendesse piede la politica della bonifica integrale, ad una sistematica opera di conquista, mercé la (pressoché precaria) regimentazione dei corsi d'acqua. Il motore più efficace in tale opera di promozione era la leva demografica, con la conseguente crescita della domanda di terra Grazie a questa azione, che va interpretata certamente in una scala cronologia plurigenerazionale, gran parte delle terre ad Ovest della città di Taranto (le contrade note con i nomi di Paludi di Basso- o degli Orti, nel Medioevo, Pantano o Caggiuni)fu trasformata in una mirabile e ferace plaga articolata in vigneti, orti e giardini irrigui..

Iniziative di più limitata portata si verificarono nel corso del Settecento a carico delle aree circostanti il fiume Galeso e la parte terminale del canale d'Ayedda (bonifiche di Taddeo e di Palombarella).

La stagione d'oro di questa bonifica, che potremmo chiamare individuale, coincise con lo sviluppo della cotonicoltura e perdurò per gran parte del '700, fino agli anni '60 dell'800.

Non conosciamo le modalità che regolavano la fruizione di fiumi e paludi nel corso dell'Antichità.

E' probabile che nel corso dell'Alto Medioevo lo Stato abbia iniziato ad imporvi diritti di proprietà, e che richiedesse, per la loro fruizione, la corresponsione di imposte.

Dopo il Mille, invece, in piena Rivoluzione Agricola, numerose attestazioni documentano il sistematico e razionale (per l’epoca) sfruttamento economico delle acque interne. Con i Normanni, in particolare, molte prerogative di uso rientrarono all'interno della giurisdizione forestale, passando ben presto nella disponibilità di baroni ed enti religiosi,. In ogni caso si perse il carattere pubblico dell'utilizzo e del possesso delle acque.

Iniziava così lo sfruttamento economico privatistico delle risorse idriche, concedendo in fitto il diritto allo sfruttamento.

Diritti sulla pesca fluviale sono attestati nel Medioevo per i fiumi Cervaro e Patemisco (in favore del monastero benedettino della Santissima Trinità di Cava dei Tirreni), per il Lato (dell'abbazia della Santissima Trinità di Venosa e poi della Mensa vescovile di Castellaneta) e per il Lenne (di Santa Maria di Banzi, cui succedette la Mensa vescovile di Mottola).

Lo Stato rimase invece sempre nella disponibilità dei fiumi Tara e Galeso, la pesca all'interno dei quali era regolarmente data in fitto.

Più raramente Re o principi concedevano diritti di uso in favore delle comunità; con il tempo da ciò presero corpo forme di vero e proprio dominio, rientrando all'interno del demanio universale, proprietà comune dei membri di quella comunità: tale fu, ad esempio, il caso della Palude Rotonda e dell'Università-Comune di Faggiano.

La possibilità di accedere e di disporre delle fonti idriche costituiva, naturalmente, nel contesto ambientale mediterraneo un elemento strategico importantissimo per lo stabilimento ed il mantenimento del potere economico e sociale; non a caso tale questione costituì uno degli argomenti più dibattuti nelle liti discusse fra baroni e comunità in seno alla Commissione Feudale, istituita al momento della eversione della feudalità all’inizio dell’800.

Questa stessa legislazione ebbe anche il grande merito di affermare, in linea di principio, la proprietà pubblica di tutti i corsi d'acqua, ponendo termine al pernicioso processo di privatizzazione di fatto che la feudalizzazione aveva introdotto.

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Suggestive immagini di due fra le aree naturali più interessanti della provincia jonica, ambedue dichiarate riserve naturali regionali: in alto la Palude La Vela, in basso la Salina di Torre Colimena con i depositi del sale

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Riferimenti bibliografici

Per gli aspetti storici:

A.Giardina: Allevamento ed economia della selva in Italia Meridionale: trasformazioni e continuità, in A. Giardina-A. Schiavone (a cura di): Società romana e produzione schiavistica, I: L'Italia: insediamenti e forme economiche, Bari, 1981, pp. 88-89
G. Traina: Paesaggio e decadenza. La palude nella trasformazione del Mondo Antico, in A. Giardina (a cura di): Società romana e impero tardoantico, Roma-Bari, 1986, pp. 711-730
Idem: Ambiente e paesaggi di Roma antica, Roma 1990.
A. Montanari: Gli animali e l’alimentazione umana, in Settimane di Studio del Centro Italiano di Studi sull’Alto Medioevo, XXXI: L’uomo di fronte al mondo animale nell’Alto Medio Evo, Spoleto 1985, pp. 619-663.
P. Corrao: Boschi e legno, in Atti delle ottave giornate normanno-sveve: Uomo e ambiente nel Mezzogiorno normanno-svevo, Bari 1989, pp 135-163. R. Licinio: Uomini e terre nella Puglia medievale, Bari 1983, pp. 90-98 185-189.
C. D. Poso: Il Salento normanno, Galatina, 1988.

Per gli aspetti naturalistici e botanici:

M. Aleffi: Natura e ambiente della provincia di Taranto, Martina Franca, 1986.
Greco A V: Il litorale jonico-salentino della Provincia di Taranto, in Umanesimo della Pietra Verde 6
idem: Appunti per lo studio della vegetazione dellagravina di Laterza, in AAVV: La Gravina di Laterza, Fasano, 1995, pp. 95-124.
Sigismondi A.-Tedesco N: Natura in Puglia, Bari 1990.

Sul rapporto fra il fenomeno dell'impaludamento e l'economia locale si veda; :

V.A. Greco: Uomini e paludi nel Tarantino nel Settecento, in Liber Amicorum, Manduria 2003, Tomo I, pp. 543-584

Sulle bonifiche:

Greco A V: Le bonifiche nella storia del paesaggio del Tarantino Sud-orientale, in Umanesimo della Pietra Verde (UPV), Martina Franca, 7 (1992), pp. 109-140.
R. Perrone: Le paludi del Tarantino occidentale prima delle bonifiche, ibidem, pp. 103-108.