PAROLE CHIAVE: immagini, rural landscape history, storia del paesaggio agrario, Taranto, Puglia, Italia meridionale, associazione culturale, gravine

LA TERRA DEI PRINCIPI

XI GRAND TOUR DELLA TERRA DELLE GRAVINE (28 APRILE-1 MAGGIO 2017)

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Il 15 gennaio del 1317 il principe di Taranto, Filippo d'Angiò, donò alla giovane comunità martinese un proprio territorio, denominato il Distretto, contenuto entro due miglia dall'abitato. Alcuni decenni dopo, il 22 ottobre 1359, il nuovo principe, Roberto, effettuò un'ulteriore concessione territoriale, ben più ampia rispetto alla precedente e coincidente grossolanamente con l'attuale territorio comunale di Martina Franca. Iniziava così una straordinaria avventura umana che avrebbe condotto alla profonda trasformazione di una delle tante periferie interne dell'allora Regno di Napoli, sino ad allora ridotta ad una statio deserta ferarum, ed a forgiare una comunità secondo una peculiare antropologia (fatta di serietà, sobrietà, testardaggine, tenacia) che è divenuta proverbiale e fa quasi da contrappeso alla molle indolenza che connota invece certa tarantinità. L'XI edizione del Grand Tour della Terra delle Gravine, l'appuntamento annuale organizzato dall'associazione di volontariato culturale Terra delle Gravine, ha ripercorso le tappe di questa vicenda, ricostruendo il profondo rapporto intessuto da quella comunità con il territorio che della sua storia è stato teatro, difendendolo tenacemente contro le mire di quelle contermini, tutte concorrenti all'utilizzo delle relative risorse.

PRIMO GIORNO

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Il cammino è iniziato intorno alle ore 8 di venerdì 28 aprile dinanzi alla porta di Santo Stefano. Abbiamo lì incontrato Nico Blasi, direttore del Gruppo Umanesimo della Pietra, il quale ha sommariamente ricostruito le vicende della (ri)fondazione angioina di Martina Franca, dopo di che ci ha accompagnato lungo il perimetro dell'antica cinta muraria, passando via via in rassegna le porte civiche e le torri dislocate lungo il suo sviluppo. Giunti dinanzi alla porta di Santa Maria, o del Carmine, ci siamo separati ed il gruppo dei camminatori si è addentrato all'interno di quello che fu il Distretto cittadino, in direzione di Locorotondo. Siamo transitati accanto alla chiesa di San Donato, condannata purtroppo a costituire un rudere essendo ormai privata della copertura delle pregiate e ricercate chiancarelle.

Dopo una breve sosta presso il convento dei Cappuccini abbiamo ripreso il nostro cammino avviandoci lungo la strada della Madonna dell'Arco. Superata l'omonima masseria, trasformata in una frequentata struttura agrituristica, ci siamo inoltrati in una serie di stretti e tortuosi tratturi in parte asfaltati, in parte ancora bianchi, qui e là bordati da colossali querce, che attraversano una campagna profondamente connotata dai segni del lavoro umano: terrazzamenti che regolarizzano le pendenze delle spalle dei rilievi, siepi e muretti a secco che cingono più o meno ampi vignali coltivati a seminativi, a foraggere ed a vigneto guardati da trulli e lamiole circondati da giardini ed orti; non mancano tuttavia masserie dalle svettanti lamie a due e tre piani con i caratteristici tetti a cummerse. Siamo così giunti nella linda contrada locorotondese di Tagaro. E' questa un'autentica bomboniera che, per essere abitata da diversi stranieri, mostra anche un aspetto molto… europeo. Immessici nell'antica strada che conduceva in Cisternino siamo così entrati in Locorotondo. Abbiamo pertanto attraversato il suo splendido centro storico, già frequentato da comitive di turisti stranieri, cogliendo l'occasione per far visita a due delle sue gemme più preziose.

Per prima siamo entrati nella splendida chiesa della Madonna della Greca, poi nella minuscola chiesa di San Nicola, ammirandone i begli affreschi seicenteschi narranti le storie dei miracoli del santo di Mira. Particolare interesse ha tuttavia risvegliato la ricca teoria di strumenti musicali dell'epoca che pare aver costituito il precipuo interesse dell'artista.

Abbiamo quindi lasciato uno dei borghi più belli d'Italia discendendo lungo una scalinata che attraversa quella che era la cinta degli orti periurbani, dislocata lungo il versante meridionale del costone che delimita da Nord la Valle d'Itria. Dopo decenni di abbandono, e grazie a finanziamenti comunitari, essi sono stati negli anni scorsi finalmente recuperati anche funzionalmente, mediante l'impianto di pregiate cultivar di vitigni, restituendosi in tal modo al contesto paesaggistico la meritata dignità storico-culturale e conferendogli nel contempo un colpo d'occhio impareggiabile. Al termine della scalinata ci siamo fermati dinanzi al complesso della chiesa di Sant'Anna, con la sua articolata sequenza di tetti a cummerse. Percorrendo suggestivi tratturi che talvolta, dato il diuturno loro stato di abbandono, si sono resi impercorribili, abbiamo quindi intrapreso la strada del ritorno girovagando per campagne nelle quali minuscoli vigneti si alternano ad esigui ma suggestivi tratti boscati. Siamo pertanto entrati nel dominio delle caratteristiche contrade che connotano il paesaggio umanizzato del versante settentrionale della Murgia di Sud-Est. Dopo aver attraversato Ritunno abbiamo percorso quella dislocata lungo la strada del Milanese. Qui abbiamo incontrato un singolare e raro trullo a due piani, onde l'appellativo di soprano, da cui è derivato l'impropria denominazione di SOVRANO.

Siamo così giunti ad ammirare la mole di Masseria Sant'Elia, in età d'Antico Regime appartenuta al convento di San Francesco di Martina Franca. Anch'essa è stata mirabilmente ristrutturata ed adibita ad attività recettive. Siamo quindi transitati accanto alle masserie Caratelli e Faraone, pur essa di recente ristrutturata in senso recettivo, e siamo giunti, per il tramite di un ridente tratturo di recente ripulito, nella contrada della Cupa, ormai in vista della meta finale della prima giornata di cammino. Un ultimo breve tratturo ci ha infine restituito al convento dei Cappuccini, attualmente abitato dai frati dell'ordine dei Somaschi. Ottima l'ospitalità riservataci nei locali della struttura, che ci auguriamo possa costituire un riferimento costante nella rete ricettiva di un auspicato GRAND TOUR DELLA TERRA DELLE GRAVINE istituzionalizzato.

SECONDO GIORNO

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Il secondo giorno di cammino nella Terra dei Principi ha interessato il territorio martinese ricadente all'interno della Bagliva verso Monopoli, cosiddetta in quanto il relativo territorio ricadeva all'interno delle pertinenze storiche della città di Monopoli, anche se la relativa giurisdizione ricadeva nelle prerogative dell'Università di Martina; al contrario la Bagliva verso Taranto, quella ricadente a Sud dell'antico confine fra le due principali città della Puglia centrale, era detenuta dal feudatario di Martina. Quando ci siamo incamminati ha appena smesso di piovere; lasciato il convento e la deliziosa ospitalità offertaci dai frati ci siamo avviati lungo l'altra strada che collega il convento dei Cappuccini a Martina Franca. Rasentando la cinta muraria antica siamo discesi lungo la scalinata adiacente il convento dei francescani conventuali discendendo in quello che era il Votano, la depressione retrostante il complesso monastico tristemente noto per essere stato il luogo ove venivano rigettati i corpi dei maledetti briganti durante la triste stagione del brigantaggio postunitario. Abbiamo quindi lasciato l'abitato e ci siamo avviati lungo la strada del Chiancaro. Nel frattempo inizia a piovere. Una pioggia non abbondante, per nostra fortuna, ma insistente. Come sempre è accaduto in simili circostanze ci ha fatto in compenso dono di un colpo d'occhio esclusivo sulle vaste distese di pascoli circostanti, nei quali l'indifferente bestiame continuava la pastura mattutina. Un paesaggio più consono per la verità alle malinconie dell'autunno che al ritorno trionfale della primavera più matura.

Lungo la strada abbiamo incontrato le solite cappellette, ispirate dalla pietà popolare e poste ai crocicchi delle strade più importanti a consolazione dei viandanti, e gli ingressi monumentali ad importanti masserie, quale Luchicchio. Una volta giunti nella vasta contrada del Grasso, in corrispondenza di Masseria (G)Rassitella, abbiamo lasciato i prati a pascolo alternati a boschi e ci siamo addentrati all'interno di quella sequenza di splendidi tratturi erbosi perfettamente rettilinei che innervano la contrada Stabile. Molti di essi risultano tuttavia in stato di abbandono e sono in via di progressiva rinaturalizzazione. Di tratturo in tratturo siamo così giunti in prossimità della bella gravinetta fittamente boscata sottostante il complesso di Masseria Pastore; al suo interno abbiamo intravisto l'adito ad alcune ampie grotte. Una di queste è forse l'importante Grotta del Grasso, costante riferimento topografico nella confinazione medievale fra i territori di Monopoli e Taranto. Abbiamo quindi percorso il bel tratturo verde di Traversa che connette le importanti arterie stradali che da Martina si dirigono verso Noci e Mottola. Transitando accanto agli ingressi di complessi masserizi molto importanti, come Ricchiona, Papadomenico e Falcecchia Murge, circondati da parchi boscati e da estesi pascoli, abbiamo raggiunto la strada provinciale Martina Franca-Noci, superata la quale siamo entrati nella importantissima contrada della Badessa-Monte del Forno. In corrispondenza dell'ingresso a Masseria Galeone, nota per l'addestramento dei cavalli murgesi condotto dall'ex Corpo Forestale dello Stato, abbiamo piegato a Sud inoltrandoci in una gravinetta percorsa un tempo da un importante strada istmica, la Via Tarentina, che risaliva dallo Jonio e, dopo aver attraversato la Murgia, svalicava terminando sull'Adriatico, ad Egnazia prima, quindi a Monopoli.

Quando ne siamo usciti abbiamo ottenuto rifugio presso i cortesi abitanti della Masseriola. Abbiamo quindi proseguito lungo l'antico percorso istmico, ben presto trasformato in una comoda carreggiabile, sino a giungere in vista della splendida Masseria Ermellino, antico possedimento del nobile casato martinese dei Blasi, nel cui blasone compariva, per l'appunto un ermellino. La strada confluisce, al termine di una serie di scenografici saliscendi, nel percorso del Tratturo Martinese; nonostante l'asfalto e la mancanza assoluta di qualsiasi rimando visivo alla lunga storia di quella via, percorrerla riserva in ogni caso incancellabili suggestioni dettate dalla bellezza del paesaggio circostante, restituito dai frequenti squarci che rompono la continuità della vegetazione assiepata, composta per lo più da querceti cedui. Il tutto contribuisce a definire uno dei più bei paesaggi di Puglia, in particolare allorché, superata la strada provinciale Martina-Mottola, la strada si libera del traffico veicolare e corre immersa fra distese di boschi che le conferiscono un aspetto di autentica galleria verde. Dopo alcune centinaia di metri ci siamo addentrati all'interno dello splendido parco, popolato da colossali fragni, che anticipa il termine del secondo giorno di cammino, Masseria Signora.

TERZO GIORNO

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Il terzo giorno di Grand Tour nella Terra dei Principi ha preso le mosse sotto un cielo finalmente limpido. Siamo giunti sul fondo della gravina del Vuolo accolti molto piacevolmente dall'intensissimo profluvio dei molti biancospini in fiore. Sul principio la percorrenza si mostra agevole, tenuto conto del fatto che anticamente vi decorreva un passaturo che, risalendo dal crocevia di Vallenza, conduceva nei centri urbani della Murgia, come Putignano ed Alberobello. Qui e là pare ci scorgervi qualche sparuta traccia di tale camminamento. Poco prima di un muretto a secco che taglia il fondo della gravina siamo risaliti sul suo fianco occidentale per effettuare una doverosa visita nella ormai celebre Grotta del Sergente Romano, che si apre a mezza costa. A ricordo dell'importanza del luogo nella storia del brigantaggio postunitario, pochi anni orsono è stata affissa al suo ingresso una epigrafe commemorativa.

Superato il citato parete abbiamo lasciato il territorio martinese e siamo entrati in quello di Massafra. Il superamento del confine amministrativo ha coinciso con una transizione ecologica in quanto, quasi all'improvviso, il querceto caducifoglio ha passato la mano alla lecceta sempreverde. Nel tratto terminale della gravina la ricrescita disordinata della vegetazione, susseguente ad un rovinoso incendio occorso ormai diversi anni orsono, ci ha costretti in un autentico tunnel ricavato all'interno di una macchia mediterranea fitta e invadente, spesso spinosa per la presenza di liane come la salsapariglia (Smilax aspera). Quando siamo finalmente usciti dal canale, che poi prosegue sotto forma di comodo tratturo diretto verso il villaggio masseriale di Vallenza, ci siamo ritrovati ancora una volta sul percorso del Tratturo Martinese. In discesa dalla Murgia pur esso segue tuttavia un percorso non più riconoscibile essendo stato inglobato dalla vegetazione circostante.

Superata la provinciale (ex-statale) Massafra-Martina il Tratturo diventa finalmente un comodo sterrato che, contenuto fra muretti a secco da poco risarciti, aggira da Nord il complesso delle masserie di Pozzo del Termite (l'omonima e Caccavella) e corre subito ai piedi del Monte di Sant'Elia, ammantato da folta lecceta ed attualmente inglobato all'interno della riserva naturale regionale Bosco delle Pianelle. Transitiamo a due passi da un altro luogo di culto dalle chiare reminiscenza medievali: è la grotta di Santa Candida, nota da documenti settecenteschi. Una volta incrociata la strada che da Crispiano risale verso il bosco abbiamo voltato a Nord, entrando finalmente all'interno della Riserva. Piuttosto che attraversarla ne abbiamo tuttavia percorso il perimetro sud-orientale, immediatamente aggettante sulla piana sottostante. La favorevole giacitura, unitamente all'aria tersa, ci ha fatto dono di vedute impensabili, come la nitida linea di costa del litorale ionico occidentale bordato dalla pineta retrostante. La vegetazione, si tratta in genere di lecceta cedua, è in questo tratto piuttosto rada, anzi spesso appare ridotta a poco più che macchia rada, complici anche i ricorrenti incendi che risalgono dal piano sottostante. Facile quindi ammirare l'importante complesso di Masseria Comiteo, altro toponimo contenuto nel citato diploma. Dopo aver attraversato la gravina della Cupa siamo così approdati alla base del Monte Cirneo; seguendo il bel sentiero, interamente nel bosco, che ne segna la base perfettamente circolare, ci siamo poi immessi all'interno di quella un tempo nota come gravina della Gatta, volti verso Nord. Percorrendone il fondo, un tempo occupato da una strada volta verso il cuore della Murgia, abbiamo pertanto nuovamente risalito la balza murgiana.

Il fondo del terreno è stato di recente ripulito in occasione del rifacimento dell'adiacente muretto a secco, onde la percorrenza è risultata agevole e confortevole, avvenendo in un contesto ecologico abbastanza integro, dominato da una ombrosa lecceta. Riemersi dal folto bosco che ammanta la gravina ci siamo ritrovati in una schiarita occupata da una bella foggia circondata da grandi roverelle, subito al di sotto di Masseria Selvaggi, antica pertinenza (con la denominazione di abbadia di Pagliamonte) dell'abbazia tarantina (forse italo-greca) dei santi Pietro e Andrea de insula parva. Proseguendo lungo l'unico tratto sopravvissuto dell'antico tratturo che un tempo correva all'interno della gravina della Gatta, dalla quale siamo appena risaliti, ne abbiamo incrociato un altro che funge da confine settentrionale della Riserva. Percorrendo questo in direzione Est siamo così sfociati sulla strada provinciale che risale da Masseria Comiteo. Ci siamo così ritrovati dinanzi alla bella sequenza dei trulli di Masseria Pareticchio, che di quella costituiva una pertinenza sopra i Monti.

Siamo così giunti nella contrada delle Vocche, cosiddetta per il gran numero di doline o inghiottitoi ivi disseminati. Da queste è derivata, per corruzione, la denominazione di Masseria Voccole, il cui toponimo è per la prima volta attestato in un documento del medesimo anno del diploma del principe. L'ultimo tratto di strada, quello che prosegue oltre la deviazione verso Masseria Chiancone, occupa il percorso del Tratturo Gorgo-Parco, filiazione di quello Martinese dal quale si distacca in corrispondenza di Masseria Gorgo, nella Murgia propriamente detta. Lungo di questo incontriamo l'accesso al viale che conduce all'elegante Masseria Cavaliere e, poco oltre, quello antistante Masseria Fragneto, immerso in una famigliola di svettanti cipressi. Ci siamo già capitati ed anche in quella circostanza ci siamo soffermati per declamare i versi, iscritti in una apposita lapide affissa sul muro, a questi monumentali alberi dedicati e contenuti nell'ode carducciana Davanti a San Guido. Subito oltre l'incrocio con la strada che risale attraverso il fondo della Gravina della Chianca (attualmente nota come di Pilano), altro toponimo elencato del diploma del 1359, il tratturo si libera finalmente dell'asfalto e diviene un comodo sterrato. Nel distaccarsi poi dall'antica strada che, risalendo da Taranto attraverso le terre di Masseria Fiascone, rasentava la gripta Sancti Angeli de Sala esso piega verso Est per recuperare finalmente la sua natura di via erbosa. Superata la statale 172 siamo infine giunti presso l'Oasi di Spiritualità di San Paolo, ospiti delle Suore Missionarie del Sacro Costato. Perfetta l'accoglienza riservataci dalle efficientissime suore.

QUARTO GIORNO

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Il quarto ed ultimo giorno di cammino ha preso le mosse all'interno della contrada Lanzo, anticamente noto come feudo del Parparo. Era questo una dipendenza, con l'antica denominazione di casale di Paula, dell'abbazia cistercense tarantina di Santa Maria del Galeso. L'attuale sistemazione fondiaria della contrada, è frutto della progressiva disgregazione del latifondo circostante la masseria. Tale processo, avviato a cavallo fra Otto- e Novecento, è stato snaturato verso la fine del Novecento dal triste fenomeno del diffuso abusivismo edilizio; Non appena usciti dalle ultime sfilacciature con cui si dipana la descritta rete insediativa ci siamo inoltrati lungo uno sterrato volto a Sud sino ad incrociare la strada proveniente da Masseria Tagliente. Da qui abbiamo proseguito verso Sud utilizzando le tracce lasciate, all'interno di un'area a macchia molto degradata e diradata, da greggi di pecore e capre su un terreno in lieve declivio spesso denudato e ridotto a pietraia. Siamo quindi approdati, nei pressi di Masseria Jazzo di Casavola, all'interno di un'altra scacchiera imposta da uno dei citata progetti di speculazione urbanistica. Volgendo quindi a Sud-Est abbiamo percorso uno stretto sentiero che, dopo aver attraversato una vasta area occupata da macchia serrata e spinosa, ci ha condotto in corrispondenza di Masseria Piccoli. Per il tramite di un bel lastricato, purtroppo in precarie condizioni di manutenzione, che transita immediatamente al di sotto dello jazzo di capre della masseria abbiamo risalito una prima balza murgiana e siamo approdati in un pianoro scandito anch'esso in una serie di chiusure un tempo coltivate a seminativo ma attualmente incolte ed in parte rinaturalizzate. Lo abbiamo attraversato proseguendo in direzione Nord-Ovest per poi immetterci in una gola frapposta fra due alture che coronano una seconda balza murgiana, avvolta in una folta lecceta. Seguendo un comodo sentiero siamo passati accanto ai resti di un singolare giardino, con trulli, cisterne e resti di muri di cinta, che interrompe la continuità del bosco.

Abbiamo quindi proseguito in direzione Est percorrendo i comodi sterrati che percorrono la vasta area boscata-macchiosa immediatamente a Sud di Masseria Tagliente. Abbiamo in tal modo raggiunto il moncone settentrionale dell'antica strada di Franzullo che risaliva dal Tratturo Martinese, sostituito nei decenni appena trascorsi da una moderna carreggiabile. Abbiamo così superato il paretone che, in perfetto allineamento Nord-Sud giungeva sulla linea dei Monti, in corrispondenza del Monte di Papa Ciro, l'antico Castello degli Schiavi, segnando in tal modo il confine giurisdizionale ed amministrativo fra il feudo del Parparo, che si siamo appena lasciati alle spalle, e quella nota come Selva Tarantina o Cupina, che racconta tutt'altra storia. Purtroppo il nostro incontro con questo importante frammento di storia della Murgia tarantina coincide con la constatazione, subito oltre il paretone, di uno dei maggiori scempi mai compiuti a carico di un complesso masserizio importante come la Bufaloria del Duca, letteralmente saccheggiato in tutte le sue componenti edilizie: i ladri hanno dapprima prelevato le chiancarelle di coperture dei trulli, poi sono passati a quelli delle lamie; più di recente sono giunti addirittura a distaccare i conci squadrati (gli uccetti) dai muri laterali di queste ultime, lasciando a nudo il pietrame di riempimento.

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E' stato quindi con molta amarezza in bocca che abbiamo proseguito lungo la pur bella stradina che, un tempo risalendo da Grottaglie, volge a Nord serpeggiando all'interno di un'area occupata da rado bosco-macchia e conduce in contrada Scagno, all'interno di un fitto insediamento contadino frazionato in minuti poderi dotati del consueto corollario di trulli, lamiole, aie, pozzi, pergole… Vigneti sempre più fitti, tratturi perfettamente allineati, sempre più spesso anche asfaltati. Sempre proseguendo verso Ovest abbiamo di seguito superato la strada della Trazzonara, la principale strada che collegava Martina con Grottaglie, rientrando così nel dominio delle grandi masserie. La prima che incontriamo è Masseria Restano, animata del solo lento incedere di alcuni poderosi cavalli. E' questo un luogo noto alle cronache brigantesche per la scorreria compiuta, la vigilia di capodanno del 1862, da una comitiva di briganti comandata da un certo Carlo Gastaldi. Era questi un singolare personaggio che, originario del lontano Biellese, dopo aver militato nelle file dell'esercito sabaudo nelle guerre di indipendenza, giunse nelle nostre contrade per reprimere i moti briganteschi. Poi però, attraverso le sempre complesse e tortuose strade che s'incontrano nel corso della vita, si diede, un po' per necessità, ma soprattutto per vocazione intima, alla carriera di brigante, essendo fedelissimo del Sergente Romano. Poco oltre siamo sfilati lungo la straordinariamente lunga copertura a cummerse della lamia-suppenna di Masseria Trazzonara, e, subito oltre, accanto all'adiacente selva di antenne con la quale culmina il Monte omonimo.

Subito oltre queste siamo ritornati nella campagna contadina, effetto della vicinanza di popolosi centri agricoli posti subito al di là dei confini sudorientali di Martina Franca, come Ceglie Messapica e Villa Castelli. La prossimità ai centri abitati ha funto da attrattore nei riguardi dei loro contadini, i quali hanno dato vita ad una fitta e diffusa rete di poderi, per lo più vitati. Seguendo la rete tratturale che la innerva abbiamo attraversato le contrade di Carbonico e Parco di Corame. Discesi in contrada Spennaruta, a ridosso ormai del territorio di Grottaglie, ci siamo infine immessi lungo un rettilineo volto ad Ovest che termina sul limitare della corona di Monti, giusto al di sopra della contrada di Curtimaggio, l'ultimo, fra quelli citati nel documento del 1359, che è stato toccato nel corso del nostro cammino. Completamente avvolta da lecceta, la scarpata di Curtimaggio chiude la sequenza delle alture che, ad iniziare dal Monte di Papa Ciro (l'antico Castello delli Schiavi) e proseguendo con il Monte Trazzonara ed il Monte Rotondo, corona un pianoro interamente coperto da marine di olivi al centro del quale, come isole, si stagliano, in lontananza i capannoni di Masseria Monti del Duca, e giusto al di sotto di noi le antiche silhouette delle masserie Coppola e Lupoli, nostra meta finale. Non ci resta ormai che discendere la scarpata. Data la fittissima copertura vegetale, l'impresa sarebbe stata praticamente impossibile, se non fosse giunta in nostro soccorso la gradonatura creata, negli anni trascorsi, in occasione della stesura di un metanodotto. La discesa si mostra pertanto sì alquanto impegnativa, dato che nel frattempo il percorso si è in parte rinaturalizzato, ma non proibitiva. Siamo in qualche modo ugualmente riusciti ad approdare nel piano.

Percorrendo quindi uno sterrato che serpeggiando attraversa il vastissimo oliveto siamo giunti a Masseria Coppola. La semplice sequenza di trulli e lamie basse fece parte, a partire dal Seicento, del vastissimo complesso di Masseria Lupoli, ma venne, nel corso del Settecento, ceduta per debiti alle ricche monache agostiniane di Martina. Per il tramite di un suggestivo tratturo, seguendo il richiamo del suono della campana della cappella, siamo infine giunti alla Lamia Longa, com'era Masseria Lupoli un tempo nota. Ad attenderci, dinnanzi al portale di accesso era ad accoglierci il signor Luigi Perrone, il proprietario dell'azienda; nell'ampio cortile era invece la consueta comitiva di amici giunti a salutarci per festeggiare insieme la felice conclusione della undicesima edizione del nostro Grand Tour della Terra delle Gravine, corsa all'interno de LA TERRA DEI PRINCIPI.

Il Grand Tour della Terra delle Gravine è un progetto di Antonio Vincenzo Greco e Franco Zerruso per l'associazione culturale TERRA DELLE GRAVINE.