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TERRA DELLE GRAVINE
Associazione culturale
per la promozione del territorio

PAROLE CHIAVE: immagini, rural landscape history, storia del paesaggio agrario, Taranto, Puglia, Italia meridionale, associazione culturale, gravine


GRAND TOUR DELLE GRAVINE: 21-24 APRILE 2007

CartaGrandTour (92K)

Il reportage del Grand Tour della Terra delle Gravine

testo di Franco Zerruso, foto di Franco Zerruso, Domenico De Bartolomeo, Marinella Marescotti

Dal Santuario della Madonna delle Grazie di San Marzano a Masseria Sierro lo Greco di Laterza. 21 - 24 Aprile 2007

Accarezzavamo da tempo l'idea di effettuare un trekking nel territorio della Provincia di Taranto. Compiere un percorso che unisse le gravine, i boschi e le masserie in una pista unica, da oriente ad occidente, rompere le difficoltà della mancanza di sentieri segnati, l'inesistenza di luoghi di sosta attrezzati, la necessità di attraversare strade a grande scorrimento, ferrovie, città e paesi. Tutto ciò ci ha frenati, fino a quando, quest'inverno, abbiamo rotto gli indugi e ci siamo intestarditi a cercare di superare queste difficoltà, inseguendo un percorso quasi del tutto lontano dai segni della modernità, troppo spesso ignara e irrispettosa della natura e delle testimonianze della nostra storia, anche quella più antica. Abbiamo disegnato un itinerario in quattro tappe di circa 25 chilometri ciascuna, lungo l'arco jonico, in gran parte all'interno del Parco della Terra della Gravine, in parte su piste e sentieri, in parte su terreno non segnato, in parte su strade secondarie e, per un tratto, breve ma bellissimo, lungo una ferrovia ormai dismessa. Abbiamo dovuto accontentarci di dormire per terra, però in luoghi di straordinario valore paesaggistico e storico, messici gentilmente a disposizione da buoni amici, abbiamo saltato i pranzi, ma goduto di cene festose, abbiamo sofferto un po' di stanchezza e qualcuno ha dovuto abbandonare la marcia, ma tutti siamo stati bene, euforizzati dal piacere di camminare in un territorio che ancora una volta si è dimostrato straordinario. Quella che segue è la cronaca. Tutti i lettori sono invitati alla prossima partenza.

Franco Zerruso

Prima Tappa. 21 Aprile 2007

Il gran giorno è finalmente arrivato. Dopo mesi di progetti e programmi, ricognizioni a piedi e in auto, consultazione della cartografia cartacea ed elettronica, stamattina si parte. Alle otto e trenta siamo tutti pronti alla partenza. Il luogo che abbiamo scelto come inizio del Tour ha un forte significato simbolico, è, infatti, il confine orientale del Parco della Terra delle Gravine, il Santuario della Madonna delle Grazie di San Marzano di San Giuseppe. Il santuario, che comprende una chiesa ipogea ed una serie di costruzioni "sub divo", è assiduamente frequentato e ben restaurato. L'insediamento rupestre è situato all'interno di una piccola lama, sulla quale insiste anche la bella Masseria Le Grotte. Purtroppo all'ora della nostra partenza il santuario è chiuso e quindi, dopo una veloce foto all'esterno, ci avviamo, fuori pista, in direzione di Masseria Amici.

001 Partenza dal Santuario della Madonna delle Grazie di San (4K)

I campi sono ancora madidi di rugiada e ben presto abbiamo le scarpe zuppe e i pantaloni bagnati fino alle ginocchia. In venti minuti siamo alla masseria, che aggiriamo sul lato Nord-Est, immettendoci per un breve tratto sulla strada Francavilla-Carosino. Puntiamo su Masseria Torre, che spicca sullo spalto di una piccola lama. La torre è in parte diruta e non si riscontrano segni di interventi destinati ad impedirne il crollo totale, che immaginiamo purtroppo prossimo. Fuori la masseria scambiamo due parole con un contadino che sembra perplesso sul nostro itinerario e, soprattutto, sulla meta finale. Del resto, anche a noi l'arrivo a Laterza sembra essere ad una distanza siderale. Dopo aver visitato la corte - delizioso il portale riccamente decorato da altorilievi in carparo - lasciamo la Masseria Torre e attraversiamo la Lama di Caprarica, puntando in direzione di Trullo Vicentino, che avevamo visto da lontano, durante le ricognizioni di preparazione dell'itinerario. Il trullo è una costruzione in pietra a secco, composta da due ambienti comunicanti, molto modesti e in parte crollati, ma la posizione è splendida. Isolato sopra una distesa di prati, duro nelle rocce affioranti e dolce nella miriade di colori dei fiori di questa primavera. Sullo sfondo, verso la piana che degrada verso Carosino e Monteiasi, il paesaggio si trasforma completamente, aprendosi in campi fin troppo fittamente coltivati.

003 Verso Masseria Torre (Grottaglie) (5K)

Imbocchiamo la strada comunale di Contrada Paparazio, ma dopo poche centinaia di metri decidiamo di abbandonarla, cambiando l'itinerario previsto. Avevamo, infatti progettato di passare a monte delle lame a Sud di Grottaglie, per poi entrare in città discendendo la Lama di Pensiero, ma preferiamo lasciare l'asfalto e attraversare, fuori pista, le lame stesse, seguendo un itinerario più faticoso, ma certamente più bello. Il nuovo itinerario ci porta, infatti, direttamente a Masseria Galeasi, una delle più interessanti del territorio. Ci accolgono una maestosa torre, ben conservata, degna più di un castello che di una costruzione agricola, una torre colombaia più piccola ma ugualmente suggestiva e una corte silenziosa. È completamente disabitata, ma ben conservata.

Continuiamo verso nord, attraversando un tavolato roccioso che porta incisi i segni di antiche carrarecce, scolpiti e solcati dalle ruote cerchiate in ferro di innumerevoli carri agricoli, che da qui sono passati incessanti per centinaia e centinaia di anni. Ci avviciniamo alla Lama di Lonoce, dove è ubicato uno degli insediamenti rupestri più spettacolari di tutta la provincia. Un antico colombaio in rupe, un frantoio ipogeo, i resti di case grotte e di tombe a camera, muri di cinta ciclopici, avucchiari, uno jazzo per gli ovini e una piccola masseria abbandonata disegnano uno scenario carico di suggestioni ed armonia tra natura e opera dell'uomo. È tutto abbandonato, privo d'ogni uso, ma la posizione appartata e le cure dei proprietari hanno fatto si che questo luogo incantato mantenga la sua integrità, che comunque rimane a forte rischio di degrado. Più avanti passiamo attraverso una bella pineta e quindi attraversiamo, in basso, la Lama di Paparazio e la Lama di Pensiero, la più ampia e scenografica delle lame di Grottaglie, dai fianchi rocciosi e quasi privi di copertura vegetale, ricca di testimonianze che vanno dalla Preistoria all'Età Moderna.

010 Masseria Galeasi (Grottaglie) (3K)

Entriamo nella zona suburbana di Grottaglie, passando sotto il viadotto della Superstrada Taranto-Brindisi, dove sostiamo accanto alla chiesetta di San Biagio, ormai del tutto decontestualizzata; passiamo un tunnel sotto la ferrovia e, dopo poco, siamo in paese. Ci fermiamo ad un bar, salutiamo qualche amico incontrato per la via e dopo un canonico rifornimento ad una fontanella, imbocchiamo la strada che ci porterà nel territorio nord di Grottaglie. Passiamo accanto al Convento dei Paolotti, arriviamo alla foce della Lama di Fullonese. Dal basso si vedono le grotte dello spalto destro e le chiome delle roverelle del fondo della lama. Proseguiamo ed attraversiamo una zona ricca di antiche cave, che in un più recente passato sono state in parte trasformate in riparati giardini ed orti. Lungo la strada, tanti sono i segni di frequentazione: belle ville, masserie - spettacolare la Masseria Spartivento, circondata da un alto muro di cinta -, cappelle rurali, case-grotta.

023 Antica cava di carparo (Grottaglie) (4K)

Arriviamo alle Cave di Fantiano, che costeggiamo lungo lo stradello che passa attraverso l'uliveto secolare che le cinge. Tutto è molto pulito e curato, segno che l'uso delle cave quale contenitore per spettacoli non ha lasciato ferite in questo luogo magico. Più avanti raggiungiamo la Lama di Riggio, che il nostro itinerario percorre lungo lo spalto orografico destro. Arrivati in alto si apre sotto di noi lo spettacolo del Giardino, recintato da un imponente muro di carparo, che protegge preziosi alberi da frutto, pergolati sorretti da eleganti colonnine, alveari in pietra. Proprio di fronte a noi l'Ovile di Riggio. Raccontano che un pastore di queste contrade, ormai vecchio, tempo fa ha venduto il gregge ad un'altra masseria. Dopo pochi giorni il cane è sparito. Il pastore non si è dato pena di cercarlo in giro, è andato di filato al nuovo ovile e li l'ha trovato, beato in mezzo alle sue amate pecore. Continuiamo a salire e proprio al culmine, presso un casino tra gli alberi, ci concediamo una sosta. Sono le 14.00 e il caldo e la stanchezza ci terranno qui per più di un'ora; ci godiamo il paesaggio: verso valle riusciamo a vedere l'intera Lama di Riggio, con sullo sfondo la silouette della Città di Grottaglie; verso Nord ci aspetta lo scenario dei monti di Martina, fitti di boschi ombrosi, tra i quali individuiamo il cocuzzolo dedicato al nostro amato Brigante Papa Ciro, che tra quei boschi e fra quelle rupi consumò il quindicennio della sua tragica epopea. Rinfrancati dalla sosta, ci rimettiamo in cammino. Più avanti decidiamo di fare una piccola deviazione per raggiungere le sorgenti e il Santuario di Santa Maria Mutata, tanto caro ai grottagliesi e meta di un pellegrinaggio, molto sentito, che si tiene la prima domenica dopo la Pasqua. Dopo aver ammirato la facciata seicentesca del Santuario (purtroppo è chiuso), puntiamo decisamente verso Nord, inoltrandoci in quella che un tempo era il grande bosco della Foresta Tarantina, del quale restano purtroppo solo alcune maestose e magnifiche querce, ai margini di comunque splendidi campi di foraggio e cereali.

033 Lungo la Foresta Tarantina (5K)

Ci immettiamo sulla strada Crispiano-Grottaglie, di nuovo verso Ovest, dove incontriamo, sulla nostra sinistra, la Masseria La Castagna, che pare un piroscafo arenato nei campi, con la sua prua ribassata, i ponti, gli oblò aperti sull'oceano verde, la ciminiera svettante. Poco più avanti, infine, i pilastri di ingresso della Masseria San Domenico. Ci resta da percorrere il bellissimo viale d'accesso, immerso in un uliveto antico, che, serpeggiando con morbide curve, risale il monte, nel cui cuore sorge la masseria, che appare, bianca, in una "marina" grigio-verde. L'accoglienza dei gestori della masseria è festosa, ci mettono subito a disposizione le stanze che ci hanno riservato, ubicate sotto il tetto a pignon, in cima a delle ripidissime scale che facciamo non poca fatica a salire. La sistemazione è eufenisticamente semplice, abbiamo solo … il pavimento, però c'è il bagno, un bel camino in pietra - che comunque non accenderemo - e, soprattutto, delle belle finestre aperte sull'uliveto. Dopo esserci rimessi a nuovo scendiamo a rilassarci nella corte della masseria. Una fresca brezza scende attraverso la gravina, fitta di macchia, che si incunea nel gradino murgiano proprio sopra la masseria.

Andiamo a cena e poi a nanna, per modo di dire. Tra le ansie da primo giorno, i doloretti vari, l'affollamento delle due stanze - siamo in 10! - e il conseguente coro a bocca chiusa e aperta, non dormiamo poi molto. Tutti aspettiamo con ansia l'alba per rimetterci in marcia.



037 Cena a Masseria San Domenico (Crispiano) Foto D. De Bart (5K)

Seconda Tappa. 22 Aprile 2007

Partiamo alle 8 e 10. Ripercorriamo il viale della masseria in senso inverso rispetto a ieri sera - stentiamo a far capire ad un cucciolo che è ancora troppo piccolo per venire con noi - e imbocchiamo la SP71 in direzione Ovest.

Anche oggi il sole è subito caldo e piacevole, giusto complemento a questa strada tra gli olivi, lungo la quale incontriamo diversi gruppi di cordiali ciclisti. In breve lasciamo la strada asfaltata per prendere il sentiero che, superata Masseria Oliovitolo, ci porterà al Canale di Cigliano. Facciamo un incontro alquanto inusuale: una suora ed una donna anziana a passeggio tranquille e beate lungo i campi.

041 Verso il Canale di Cigliano (4K)

Arriviamo ad una grande cava di argilla, che ci hanno detto essere stata usata, perlomeno in passato, per rifornire di materia prima le botteghe ceramiche di Grottaglie. Aggiriamo la cava e raggiungiamo il Canale di Cigliano, una grande, tortuosa, morbida valle fluviale, dai fianchi arrotondati, che raccoglie le acque di scorrimento superficiale, di origine meteorica e delle numerose sorgenti ubicate in questa zona. Il Canale, ove si alternano coltivazioni estensive di cereali, zone di macchia intensamente fiorita, prati ed uliveti, è certamente tra i luoghi più belli dell'intera provincia. Sullo sfondo il quadro verde brillante è chiuso dal Monte Salete, piramide isolata che si erge quasi a difesa della piana verso le alture di Grottaglie. Scendiamo lungo una traccia e poi fuori pista, in un tripudio di cisto in fiore, giù a perdifiato, fin sull'orlo del solco roccioso nel quale scorre un vivace rivolo d'acqua che, ove si raccoglie in vasche più profonde, ospita colonie di rane chiassose.

044 Discesa del Canale di Cigliano (5K)

Il solco, profondo tra i quattro e i cinque metri, ha l'aspetto di una forra montana in miniatura, superata la quale ci aspetta la lenta risalita sull'altro versante. Non senza un po' di affanno, raggiungiamo la sommità della valle all'altezza dello Jazzo di Tedde, un ovile abbandonato circondato da grandi ulivi, tra i quali, all'ombra, ci gustiamo una pausa. Ci rimettiamo in cammino su un sentiero che costeggia il canale e che lambisce diverse sorgenti fra le canne, tra le quali una sembra un vero laghetto - visione inusuale in un contesto territoriale oltremodo povero d'acqua. Proseguiamo in direzione di Masseria Cigliano, che passiamo a valle per immetterci, dopo pochi chilometri, su uno stradello che punta a Sud, in direzione di Masseria Fogliano, che scorgiamo sullo sfondo, immersa nella selva di ulivi.

051 Una delle Fonti di Cigliano (5K)

È una zona che deve aver subito, già da diversi decenni, una fitta lottizzazione. Lungo la strada, infatti vi sono diverse antiche lamie e casette più recenti, tutte con il loro bell'orticello, il vigneto ad uso familiare e qualche, immancabile, ulivo. Oltre un recinto pascolano due bei cavallini, dei quali uno è un Appalosa, il cavallo bianco pomellato degli Indiani d'America!

057 Cavallino Appaloosa (6K)

Raggiungiamo l'incrocio con la strada Montemesola-Crispiano, che attraversiamo per continuare in direzione Sud, lungo una strada bianca che attraversa il grande uliveto di Masseria Fogliano e che si trasforma, quindi, in un sentiero immerso in una fitta macchia, che scende verso Masseria Aucchiaro. Planiamo verso il Golfo di Taranto, che intravediamo tra i cespugli di mirto e di lentisco, che indoviniamo dai riflessi argentati delle acque del Mar Piccolo e anche, purtroppo, dai riflessi ramati che assume l'aria sopra la fabbrica dell'acciaio.

Costeggiamo in basso l'uliveto di Fogliano e ci dirigiamo, fuori pista, verso il nucleo abitato di Contrada Sabatini. Ad una casa, gentili mani ci passano da un cancello una bottiglia d'acqua fresca. Siamo alla SS 172 Taranto-Martina, nastro d'asfalto che abbiamo eletto a spartiacque tra l'oriente e l'occidente della Terra delle Gravine. Passiamo la statale e ci inerpichiamo verso Masseria Fratte, una delle antiche masserie che sono i capisaldi del nostro percorso odierno. Sul sentiero un branco di cani randagi lascia l'ombra dei cespugli. Scappano via cagnolini di tutti i colori, disturbati dalla nostra presenza. La masseria è semi distrutta, ma ancora bella e leziosa, con eleganti lesene sulla facciata e morbide cornici modanate in pietra tenera ad abbellire i fornici delle finestre.

061 Masseria Fratte (Taranto) (5K)

Saliamo ancora più su, sulle coste della serra, quasi in apnea, immersi nella luce intensa del sole di mezzogiorno, nella macchia che ci abbraccia e ci inonda di mille profumi. La risalita ci schiude lo sguardo sul mare, brillante ora fino al parossismo. Un perastro, oasi verde nel verde, ci offre un po' d'ombra. Continuiamo a salire, discendiamo e risaliamo, quindi, le rocciose sponde della Lama di San Cataldo, oggi lontana da tutto, ignorata alle carte, sconosciuta agli estensori dei confini del Parco, ma un tempo sede della più antica delle strade che risalivano dalla costa verso Martina. Ci appare Masseria Caselle, anch'essa persa nella macchia, muta ed abbandonata. Intorno, nulla che faccia pensare ad attività agricole, il verde selvatico si è reinpossessato di tutto lo spazio, solo i muretti a secco testimoniano dell'opera dell'uomo su queste magnifiche coste.

Un sentiero, uno dei tanti che tessevano i rapporti tra gli abitanti delle masserie, ci porta più a Ovest, verso Belmonte. Percorrendo questi uoghi è naturale riandare indietro nel tempo, al 1863, quando i regi cavalleggeri, proprio qui, falciarono con il filo delle loro sciabole il disperato tentativo di un manipolo di uomini del Sud, che sapevano bene che un regno equivale a qualsiasi altro e che per gli ultimi non cambia mai nulla. Anche Masseria Belmonte è abbandonata. Gli eredi di vincitori e vinti, consumata la battaglia, hanno riservato a questo luogo di storia e memoria tentativi vani di riuso, che hanno prodotto solo qualche aberrante superfetazione architettonica.

068 Masseria Belmonte (Crispiano) (3K)

Puntiamo verso Statte; ci fa da guida, in lontananza, una grade torre dell'acquedotto, un'opera imponente - si vede dal satellite! - che avrebbe dovuto portare, con l'acqua, sviluppo e progresso. Tutto è abbandonato. Scherziamo tra noi, parodiando i discorsi dei politici alle cerimonie di inaugurazione, i nastri tagliati, le fasce tricolori, forse la banda. A noi, in mancanza anche di un'umile fontanella, l'acqua la offre una signora gentile, alle prime case di Statte. Lontano, in alto, stagliata contro il sole che ha ormai imboccato la sua parabola discendente, ammiriamo la sagoma di Masseria Lamastuola, "Faro dello Jonio", visibile da tutta la piana costiera, in virtù del suo essere appollaiata in cima al primo gradino murgiano. Scendiamo, passando attorno al quartiere residenziale di Monte Sant'Angelo e giungiamo, passata la ferrovia, alla Gravina di Miola, scrigno segreto ed inaccessibile di rocce calcaree frastagliate e taglienti, di macchie intricate, di pini contorti. Arrivare sull'orlo è un'impresa e più di qualcuno di noi porterà i segni dei graffi patiti solo per essersi avvicinato a questo selvaggio e intrattabile pezzo di mondo.

Ritorniamo sulla strada che scende da Statte; arriviamo a Triglie e alla Chiesa di San Michele, che sorge a monte dei resti ormai illeggibili di quella che era un tempo una masseria costruita inglobando le grotte cavate nel banco calcarenitico. Dopo una breve pausa, imbocchiamo la strada che ci condurrà a Masseria Monte Specchia. La masseria, edificata accanto ad una antica carrareccia che risaliva le Murge, è abbandonata ed usata come "cava" di cianche, basole, mattoni in cotto. Sulla facciata campeggia un epigrafe: "sempre caro mi fu quest'ermo colle…". Oggi purtroppo non è più caro a nessuno.

081 Sul fondo della Gravina di Lamastuola (5K)

Percorriamo l'antica carrareccia che scende e risale la Gravina di Lamastuola e, dopo aver lambito i nuovi vigneti impiantati sulla gravina, giungiamo alle Difese di Accetta, grandi porzioni di bosco e macchia, utilizzate in passato come riserve di caccia ed oggi in corso di riconversione a fini turistici. Un sentiero rettilineo, un tempo fitto di pini, le attraversa tra due alti e monumentali muri di cinta. Siamo, quindi, a Masseria Accetta Piccola, interamente restaurata, composta da una parte "rustica" e da una parte residenziale, quasi un palazzetto di città. Uno dei proprietari, incontrato lungo il sentiero, ci dice che era venuto qui negli anni '70, per una villeggiatura di una settimana ed invece non se ne è più andato, rapito dalla serenità dei luoghi e dalla forza calma dei boschi e delle rocce. Manca poco alla meta di questa seconda giornata, che è stata lunga e faticosa, ma bellissima. Una svolta sulla destra, una a sinistra, un incontro con una pattuglia di Carabinieri, inusuale in queste contrade più o meno deserte, e infine il rettilineo che ci porta a Masseria Accetta Grande.

La masseria ci accoglie, grande come un villaggio, muta e vuota nella luce, ormai, del tramonto. Poter trascorrere qui la notte è un vero privilegio di cui siamo grati al proprietario, che ci ha dato addirittura le chiavi. Trascorriamo una serena serata, tra le antiche mura di questo presidio di storia e lavoro; ben presto l'atmosfera austera scaccia la stanchezza e illanguidisce i sensi. Quando scende il buio saliamo sui tetti ad ammirare la campagna addormentata. Di fronte a noi, invece, la zona industriale di Taranto non dorme mai e mischia le sue luci con quelle del porto, della città e dei mercantili alla fonda nelle acque del Golfo.

086 Arrivo a Masseria Accetta Grande (Statte) Foto D. De Bar (5K)

Terza Tappa. 23 Aprile 2007

Ci svegliamo presto, siamo un po' acciaccati, le undici ore di cammino di ieri si fanno sentire e la notte, seppur serena, non ha scacciato del tutto la stanchezza accumulata. Appena fuori dalla masseria la ruggine delle giunture si scioglie un po', grazie alla prima bella sorpresa della giornata: gli "elefanti" di Accetta, una triplice fila di ulivi secolari, stretti stretti, che, spiantati per far posto a nuove colture, furono trapiantati qui temporaneamente, in attesa di più idonea sistemazione. Ma, invece, qui sono rimasti, imponendo il loro spettacolo fantastico, unico, materializzatosi nella nostra campagna come sbucato per magia da una favola nordica. 093 Nuovi paesaggi. Gli elefanti di Accetta (5K) Seguiamo uno stradello bianco, purtroppo contrassegnato, man mano che ci avviciniamo al paese, da piccole ma orribili discariche di rifiuti di ogni genere. Arriviamo in paese, dopo un bell'incontro con un gregge di pecore e capre, un pezzo di strada urbana, un passaggio sulle gravine ad est dell'abitato, che ormai sono state raggiunte dall'espansione urbana. In particolare, la Gravina di Sant'Oronzo è ormai assediata da costruzioni proprio a ridosso dello spalto Ovest.

095 Gregge sullo stradello per Massafra (3K)

Una sosta ad un supermercato per un panino, un caffé e un'arancia. Imbocchiamo la strada del Procaccia che lambisce la parte bassa del paese, a monte della Statale, consentendoci di ammirare la foce delle Gravine di San Marco, della Madonna della Scala e di Colombato. Imbocchiamo un sentiero che ci consente di evitare l'autostrada, ma, inevitabilmente, dobbiamo percorrere qualche centinaio di metri sulla Taranto-Bari, per raggiungere la strada per Palagiano e, quindi, la deviazione per la stazione di Palagiano-Mottola. Nella stazione non c'è nulla: né bar, né bagno, né panchine. Però, miracolo, vi sono una fontanella e una vasca. A turno, i piedi si beano sotto l'acqua fredda e qualcuno non rinuncia ad immergerli entrambi nella vasca dei pesci rossi. I ferrovieri ci guardano stupiti, stesi all'ombra, senza scarpe e molto, molto sbragati, ma, gentilmente, ci lasciano fare, offrendoci anche il loro bagno.

106 Stazione di Palagiano-Mottola Foto G. Pupino (3K)

Imbocchiamo la strada bianca che segna il confine tra Palagiano e Mottola, correndo ai piedi delle colline sulle quali svetta il paese. La strada ha un bel sapore rurale, passa attraverso vigneti, agrumeti, campi coltivati disposti a valle dell'area di Casalrotto, che ospita alcune tra le più belle chiese rupestri del territorio e un frantoio ipogeo che abbiamo visitato durante la ricognizione di questa tappa. Facciamo una sosta alla Masseria Lamardecchia, in territorio di Palagiano, una grande e bella masseria abbandonata. Colpisce, nell'androne della casa padronale e in un deposito retrostante, una schiera di chiodi che tempestano le pareti e le volte. Sono decine e decine, destinati ad appendere varie cibarie. Si possono immaginare i pomodori "'nzert", i mazzi di aglio e cipolle, i meloni "ambani" e, chissà, le corone di fichi secchi, i peperoni rossi, gialli e verdi, i salami … simulacro di una abbondanza e di un benessere che questi muri, scrostati e lesionati, non custodiscono più. Ci rimettiamo in marcia fino a lambire un aranceto in territorio di Mottola. Le arance sono abbandonate, rinselvatichite, amare, ma quelle piccole - quanto un mandarino - sono buone e ne mangiamo a sazietà.

111 Masseria Lamardecchia (Palagiano) (4K)

Ci avviciniamo al paese, incontriamo due cagnolini bianchi molto vispi; sono stati evidentemente abbandonati da una madre fuggita chissà dove o, più probabilmente, scacciati da un "padrone" crudele. Ci seguono… come cagnolini, non possiamo abbandonarli sulla strada. Li recuperiamo e li depositiamo dietro il cancello di Masseria Coppolapiatta: speriamo vi sia un bimbo che gli adotti. Più avanti, in una estrema periferia al solito un po' dimessa, incontriamo tre donne. Chiediamo indicazioni sulla strada per il castello, ce la indicano, significando con un gesto esplicito delle mani che la meta è ancora lontana. Interrogati, diciamo loro da dove veniamo e dove andiamo e, per incanto, il centro di Palagianello sembra immediatamente molto più vicino.

118 Suite regale - Castello di Palagianello (4K)

Risaliamo il paese fra gli sguardi molto incuriositi degli abitanti. Un signore addirittura ci segue, finché non trova il modo di farci le solite domande sul nostro percorso e mettersi a disposizione per fornirci le informazioni necessarie a non sbagliare strada. Come d'accordo con le amiche della gentilissima Amministrazione Comunale, andiamo a recuperare le chiavi del castello e poi, dopo gli ultimi passi in salita, al culmine della strada, arriviamo alla bella piazza rinascimentale con la Chiesa Matrice al centro e il Castello in alto. Riprese di rito, giriamo la chiave e siamo castellani. Tutto nostro per una notte! Ci sistemiamo nel salone del primo piano, abbastanza pulito e comunicante con i bagni.

120 Cena a Palagianello Foto D. De Bartolomeo (5K)

In fretta siamo pronti per la cena in un ristorante che ci hanno consigliato. La padrona del ristorante non ci aspettava, non avevamo confermato, va nel panico, "Non sono preparata, non ho niente!". Inutile dire che abbiamo mangiato più che bene: antipasti, tagliatelle ai funghi, salsiccia, carne, macedonia, vino primitivo, limoncello e Birra Raffo ben fredda. Quante ne avremo bevute per scacciare la sete di tutta una giornata?

Ci ritiriamo per la notte; il castello è caldo e confortevole e, seppur per terra come al solito, dormiamo tutti abbastanza bene. Al mattino sveglia presto, alle sette, e tutti al bar per una ricca colazione. Dopo aver lasciato le chiavi del nostro maniero ad una gentile vigilessa partiamo per la quarta ed ultima tappa del nostro Tour.

124 Gravina di Palagianello (4K)

Quarta Tappa. 24 Aprile 2007

Dal paese imbocchiamo la strada ferrata che, sul vecchio ponte, attraversa la gravina. Lo spettacolo, nella luce del primo mattino, è splendido, con il castello in alto, svettante, le case degradanti e, in basso, le case-grotta e il restaurato Santuario della Madonna delle Grazie, nel cuore della gravina. Procediamo accanto ai binari con attenzione, di qui passa ancora il treno, ma siamo al riparo, lungo una pista laterale e, poi, lungo i cavidotti.

129 Scavi archeologici di Serrapizzuta (5K)

All'altezza della biforcazione tra vecchia e la nuova linea ferroviaria arriviamo agli scavi archeologici di Serrapizzuta. Proprio i lavori della ferrovia, qualche tempo fa, hanno consentito di mettere in luce un luogo abitato dall'Età Classica fino al III-II secolo A.C. Tombe, cisterne, murature, tracce di sistemazioni varie del terreno stanno impegnando gli archeologici - che in zona non avevano mai trovato resti così importanti - e mobilitando il paese di Palagianello, che vorrebbe a tutti i costi conservare i resti, facendo deviare - di pochi metri - il tracciato della nuova linea ferroviaria.

Di particolare interesse si è dimostrato un grande lastrone di pietra, rinforzato sui lati da una fitta muratura al cui centro è stata rinvenuta una nicchia contenente diversi reperti ceramici. Forse un deposito votivo, forse una tomba dolmenica riutilizzata, sapremo meglio a scavi conclusi. Dopo l'area di Serrapizzuta si imbocca l'abbandonato tracciato ferroviario della Taranto-Bari. Cara ed odiata linea a tutti noi, per averla percorsa spessissimo - e lentamente - durante gli anni di università.

Passiamo sul ponte vecchio della Gravina di Castellaneta, sormontato a monte dal nuovo ponte, con sullo sfondo il paese, con il suo centro storico a strapiombo sulla profonda gravina, attraversata da un turbolento corso d'acqua, che nella valle diventerà il Fiume Lato. Proseguiamo sui binari che si inoltrano solitari nella campagna. In alcuni tratti i rovi ed i cespugli della macchia stanno invadendo la massicciata ed è evidente che, se lasciata fare, la natura inghiottirà l'intera sede ferroviaria.

138 Lungo la ferrovia dismessa Taranto - Bari (4K)

Sarebbe certamente meglio conservare il tracciato, trasformarlo in pista ciclabile/pedonale per consentire a tutti di compiere, più comodamente, questo bellissimo itinerario attraverso le gravine. Lungo il tragitto arriviamo ad un casello dismesso, dove un simpatico signore ospita decine di cani di tutte le razze, prevalentemente da caccia. Veniamo accolti da un furioso abbaiare di bracchi e segugi che, da gabbie all'ombra, ci salutano festosamente. Anche una cokerina ci saluta, libera, di guardia sui binari. Scambiamo due parole con il casellante-cinofilo e proseguiamo.

Appare davanti a noi, abbracciata dalla dolce curva dei binari, la magnifica valle della Gravina di Santo Stefano, segnata al centro dal canale roccioso in cui scorre il fiume. Purtroppo lo scenario è macchiato da alcuni vigneti coperti da teloni di plastica, che ormai ovunque stanno trasformando radicalmente l'ambiente, rendendolo artificiale e squallido. 142 Monterotondo (Castellaneta) Foto D. De Bartolomeo (3K) Esigenze di tutela dalla grandine, ma ancor di più la necessità di accontentare noi viziati consumatori, che non siamo più disposti ad attendere i normali tempi di maturazione dei prodotti, hanno fatto si che montagne di plastica vengano riversate nelle campagne.

Più avanti superiamo il ponte in pietra costruito negli anni trenta, poco oltre lasciamo la ferrovia - bellissimo il tratto da Palagianello sin qui! - e imbocchiamo, in direzione sud-ovest, la strada che ci condurrà al Ponte dello Spineto, alla base della Gravina di Montecamplo. Incrociamo la Via Appia Antica che, provenendo da Nord-Est punta verso la piana e verso Taranto. Ci ripromettiamo di percorrerla in un'altra occasione, oggi abbiamo un diverso itinerario. Giunti al ponte, invitati da una ombrosa e profumata pineta, decidiamo di cambiare l'itinerario programmato e di continuare a salire, scegliendo, per arrivare a Laterza, una via più a monte, molto meno trafficata di quella prevista.

144 Lungo la Pineta a monte della Gravina di Piscinella (Cas (5K)

La salita nella pineta è splendida e neanche troppo faticosa, rinfrancati come siamo dall'ombra e dagli odori inebrianti che si sprigionano dagli alberi, complice il sole che scalda la resina. Alla nostra destra la macchiosa Lama di Piscinella e sempre sulla destra, più lontano, il cucuzzolo di Monte Rotondo, che stiamo circumnavigando. Giunti in cima alla salita, ad una fontana di un qualche consorzio di bonifica - forse mai entrata i funzione -, sostiamo e confrontiamo il nuovo itinerario che abbiamo tracciato con un simpatico anziano contadino su un vecchio trattore, uno dei pochissimi mezzi a motore incontrati da quando abbiamo lasciato la ferrovia.

146 Papaveri (3K)

Proseguiamo, quindi, su un lungo rettilineo verso Nord, sul quale si affacciano diverse case ed aziende agricole adagiate su grandi distese di pascoli, di erba medica e di papaveri, in uno scenario rosso-verde fantastico ed affascinante, arricchito da mandrie di mucche pezzate. All'altezza dell'Azienda Donvito deviano verso Est, su uno stradello bianco che ci mette sulla giusta direzione per Laterza. Il cielo si è

repentinamente annuvolato, ma siamo certi che non pioverà, non ora, dopo quasi quattro giorni di sole.

Passate un paio di masserie, ci fermiamo ad una piccola azienda, dove l'abbaiare di un cagnolino richiama all'esterno i massari. È una famiglia macedone, che, saputo da dove veniamo, insiste per offrirci qualcosa. In un attimo la signora torna in casa e ci porta sei bicchieri di yogurt "balcanico", fatto da loro, denso e rinfrancante e, quindi, un altrettanto buon caffé "italiano".

150 Verso Laterza (4K)

È gente semplice e cordiale che conduce in fitto l'azienda (Casa Cappella, sulle mappe IGM) allevando mucche e producendo latte. L'allevatore macedone, di etnia albanese, è un gran chiacchierone e nella ventina di minuti trascorsi insieme, tra una sigaretta e l'altra, ci fa un trattato di geopolitica dei balcani e ci racconta un pezzo della sua vita, tra l'emigrazione in Italia, i ritorni in patria in un mondo che cambiava sotto i suoi occhi e il sogno di una "Grande Albania".

È ora di andare e, non rifiutando l'ultimo dono di una bottiglia d'acqua fresca, salutiamo calorosamente e ci rimettiamo in cammino, sentendo sempre più vicina l'ora dell'arrivo. Stiamo costeggiando la piana a Nord-Ovest di Monte Santa Trinità. Intravediamo delle possibilità di puntare più decisamente verso il paese, superando le alture che stiamo costeggiando, ma non sappiamo se i sentieri siano percorribili e decidiamo, quindi, 154 Finalmente a Laterza (6K) di proseguire sulla strada, che continua ad essere assolutamente priva di traffico. Arriviamo al Parco di Selva San Vito, incrociando tanta gente che corre o va in bicicletta, approfittando come noi, del soffio fresco e profumato della pineta e del bosco rado di querce. Compiamo tutto il periplo dell'area, che avvertiamo molto più lungo e faticoso di quanto prevedessimo (scopriremo solo dopo l'esistenza di una scorciatoia, nota solo ai Laertini!) ed entriamo finalmente a Laterza.

Per imboccare la strada che conduce alla nostra meta finale dobbiamo passare proprio dal centro del paese e il rumore e l'odore delle auto è quasi una mazzata. Tra l'euforico e il trasognato, affrontiamo prima la strada per Ginosa e poi lo stradello bianco che conduce a Masseria Sierro lo Greco. Sono gli ultimi chilometri - un paio - che percorriamo in un crescendo di eccitazione, facendo andare, con le ultime energie, gli ultimi metri di nastro delle videocamere e gli ultimi scatti fotografici. 160 Souvenir (4K) Arriviamo finalmente al portale della masseria. Ci aspettano un po' di amici venuti da Taranto e da Massafra per trascorrere insieme la serata e per riportarci a casa in macchina.

Fioccano gli abbracci, le domande, i primi commenti, le foto di rito, ma ciò dura poco, tutto si acquieta in un'atmosfera di grande semplicità. Il percorso è compiuto, il progetto è realizzato. È stata un'esperienza bella ed esaltante, un' immersione completa in quello che ora sentiamo con più intensità essere il "nostro" territorio. Abbiamo avuto modo di conoscerlo ed apprezzarlo ancora di più, valutarne la tante fragilità e sperimentare le mille opportunità che, nonostante gli attacchi della contemporaneità, offre a chi voglia farsi avvolgere dal suo spirito ora forte ed aspro di rocce e di macchie, ora dolce di boschi, pianure e valli coltivate.

Adesso ci attende un lento ritorno a casa, da domani incominceremo a pensare ad un nuovo, esaltante itinerario nella Terra delle Gravine, magari su un percorso inverso, da Ponente a Levante.

arrivo a Sierro lo Greco (4K)

Per seguire lo svolgimento dell'edizione del 2007 è possibile vedere l'album fotografico.

Con il loro aiuto hanno reso possibile questa prima edizione del Grand Tour: Franco Di Bartolomeo e Rosanna Papalia, per l'assistenza logistica; la famiglia Montanaro, per l'ospitalità nella Masseria Accetta Grande; l'Amministrazione Comunale di Palagianello e Domenico Caragnano, per averci messo a disposizione il Castello di Palagianello; Roberto Barberio, per i suggerimenti circa l'itinerario laertino e l'ospitalità a Masseria Sierro lo Greco; Giulio Calculli, per l'assistenza info-cartografica. Si ringraziano, inoltre, tutte le persone incontrate lungo la strada, per l'incoraggiamento e i rifornimenti d'acqua.




Il Grand Tour della Terra delle Gravine è un progetto di Antonio Vincenzo Greco e Franco Zerruso per l'associazione culturale TERRA DELLE GRAVINE.